Un amore antico, una statuetta umbra, e le mille e mille Bambine lombarde

C’è alla porta una signora che dice di essere la bambina. Il nostro custode ce lo sussurrò misurando le parole, e con tono circospetto: non si capacitava di come una donna oltre la settantina – una carissima amica della comunità – si presentasse in quei termini. Da comprendere. Il nostro custode di quell’epoca proveniva dall’Est e non poteva sapere una cosa che persino molti italiani ignorano: e cioè che Bambina è stato fino a non molti decenni fa un nome molto diffuso in Lombardia e nel milanese in particolare. Così come era diffusa l’abitudine di offrire alle giovani spose, come dono di nozze, una graziosa Maria Bambina agghindata di pizzi e ben protetta da una campana di vetro: il tutto avrebbe campeggiato per decenni sul comò della stanza da letto, come qualche nostra consorella lombarda ricorda bene ripensando alle camere di mamme, nonne e zie… Proviamo a ricostruire questa particolare devozione, dove si intrecciano armoniosamente e provvidenzialmente più elementi di quel che potremmo pensare.

Lo stretto legame fra la diocesi di Milano e l’infanzia di Maria parte da molto lontano: secondo qualche studioso, risale addirittura ai primi anni del secolo IX, e comunque non molto oltre il fatidico anno mille. Ma la ufficializzazione di questo legame avvenne dopo la terribile peste nera (1348) che in Milano sembrò volersi accanire specialmente sui bambini. Potere civile e religioso si trovarono concordi nel dedicare la nuova cattedrale proprio a Maria Bambina, come a raccomandarle la parte più fragile e più preziosa della cittadinanza. Ma per giungere alla consacrazione definitiva – stiamo parlando del Dom de Milan, e dunque niente fretta – dobbiamo arrivare a San Carlo Borromeo e al 1577. In epoca napoleonica poi – tempi lunghi, dicevamo – fu apposta sul portone centrale la grande lapide marmorea tuttora ben visibile. Ma prima di andarla a leggere, soffermiamoci su un episodio che avrà conseguenze inattese. All’inizio del ‘700 una monaca di Todi modella un delicatissimo volto in cera, che viene poi appoggiato su un corpo molto semplice (una specie di cilindro) avvolto di fasce: sì, come si faceva con i neonati di una volta, che venivano completamente immobilizzati nelle fasce perché – si pensava – in questo modo sarebbero cresciuti meglio! Era il prototipo di Maria Bambina. Dall’Umbria il grazioso simulacro conobbe una specie di passamano che, tra vescovi, monache e sacerdoti, lo portò fino a Milano, presso le Suore di Carità di Lovere, che da allora saranno conosciute come le Suore di Maria Bambina, proprio a motivo di quella statuetta. L’attrattiva esercitata dal simulacro trovò un terreno ideale nel tradizionale amore dei milanesi per l’infanzia di Maria, così che fondamento liturgico e devozione popolare si potenziarono a vicenda. Le statuette si diffusero anche oltre i confini della Lombardia: noi, per esempio, ne abbiamo una che con affettuosa devozione esponiamo ogni otto settembre, festa della Natività di Maria.

Ma non abbiamo ancora letto la lapide posta sulla facciata del duomo… Nelle intenzioni dei teologi la frase doveva essere piuttosto articolata; ma i bravi scalpellini, con lombarda concretezza, fecero notare che tutte quelle parole li avrebbero obbligati a incidere caratteri troppo piccoli, che nessuno avrebbe avuto la pazienza di leggere… Una correzione provvidenziale: perché la frase che alla fine si salvò fu semplicemente Mariae Nascenti, a Maria nascente. Una frase che non sfugge a nessuno dei visitatori del Duomo, e a ragione: perché è un piccolo gioiello di semplicità e profondità. Questo participio – nascenti, che nasce – trasmette, magari inconsapevolmente, la vitalità del mistero liturgico che si celebra: un mistero che si colloca nel calendario della storia, ma che lo trascende; la Grazia del mistero infatti è sempre attuale e sempre operante. Maria nasce esattamente in questo momento, e prende vita in ogni cuore disposto ad accoglierla.

A proposito: Buon Compleanno, Maria!