Tomba o tesoro? La lezione dei musei (e della vita) nelle parole di Paul Valéry

Oscurato da due big come il Louvre e il Museo d’Orsay, e persino dalla galleria delle cere di Monsieur Grévin, il Musée de l’Homme non gode che una minima parte dell’interesse che meriterebbe. Troppo facilmente i turisti gli voltano le spalle: in senso proprio letterale, occupati come sono ad ammirare la sua celeberrima dirimpettaia, e cioè la Tour Eiffel. Eppure questo grandioso museo, che raccoglie una quantità sterminata di pezzi e che per gli studiosi di antropologia ed etnologia è un punto di riferimento imprescindibile, ha le carte in regola per affascinare chiunque. A partire dalla scritta sulla facciata che, se solo letta un po’ meno distrattamente del solito, si accomoda nel cuore e nella memoria per non uscirne mai più. Frase d’autore – Paul Valéry, per l’esattezza, che parla come a nome dello stesso museo – e in grandi lettere dorate, così ammonisce il visitatore: Il dépend de celui qui passe  que  je sois tombe ou trésor, que je parle ou me taise. Cela ne tient qu’à toi. Ami, n’entre pas sans désir.  (Dipende da chi passa che io sia tomba o tesoro, che parli o che taccia. Questo sta in te, soltanto in te. Amico, non entrare senza desiderio.) Una frase tanto poetica quanto vera, che ci offre una chiave di lettura per accostarci al mondo dei musei – che nel linguaggio comune sono addirittura il sinonimo di vecchio, inutile e polveroso – e, in genere, al mondo della memoria e, ancor più in genere, al mondo tout court. Una frase «laica» che però attinge alla verità e come tale può essere riletta con sguardo religioso. Vuoi per analogia, vuoi per contrasto, la presenza di Dio e la sua signoria saltano fuori da tutti i reperti. Lo può confermare qualcuna di noi, che ebbe la ventura di visitare il Musée de l’Homme – tanti anni fa – nella sua versione classica, prima della ristrutturazione del 2015, che ha privilegiato l’aspetto spettacolare rispetto a quello scientifico (Fu vera migliorìa? Ai posteri l’ardua sentenza…).

Una galleria di flash – è anche un omaggio a questo 2020 che vede la nostra città capitale della cultura  – si affaccia alla mente. Il complicatissimo abito da cerimonia degli sciamani siberiani, che – a modo suo – ci dice l’intrinseca esigenza di un cerimoniale liturgico capace di ridurre il gap fra umano e divino. Una impressionante (e anche un po’ macabra) collezione di tatuaggi: non indaghiamo sulle modalità di acquisizione di tali reperti, ma semplicemente riflettiamo sulla volontà di manifestare anche attraverso il proprio corpo i segni di un’appartenenza: una specie di risposta (per quanto rude) alle tante crisi di identità che serpeggiano ai nostri giorni. La schiera impressionante dei crani che affollano i depositi sotterranei: con l’occhio della fede, commossi cogliamo in ogni pezzo una storia, una vita, un’anima che Dio ama come se fosse l’unica al mondo! La stanza della musica, con tutti i possibili pensabili strumenti inventati nei secoli: la più immateriale delle arti ci dice che, anche a livello naturale, l’uomo non vive di solo pane e praticità, ma di elevazione e bellezza. Fino alle spaventose tsantsa, le teste umane svuotate del cranio, rimpicciolite e conservate a mo’ di trofeo, che insinuano qualche dubbio sul mito russoviano del buon selvaggio e piuttosto fanno risplendere la valenza, anche antropologica e sociale, del messaggio cristiano. E specialmente l’infinita sequenza dei corredi funebri che accomunano tutte, ma proprio tutte le civiltà, e che gridano il rifiuto del ritorno al nulla e la sete di immortalità.

Insomma, ce n’è per qualche corso di esercizi spirituali. Cela ne tient qu’à nous, sta soltanto in noi decidere che fare di questi e simili tesori: l’occasione per un selfie o per una battuta che si dilegua all’istante, o piuttosto l’occasione per contemplare quanto sia perentoria la nostra condizione di creature di Dio e come essa si estenda ad ogni situazione nello spazio e nel tempo. Il seme c’è, a noi il compito di valorizzarlo. Proprio come nella parabola.