Senza quel canto Natale non è Natale…

Nola, 1754, Vigilia di Natale. Nella canonica di don Michele Zamparelli alloggia un ospite illustre, intento a quelle predicazioni popolari che l’hanno reso celebre in Campania e non soltanto: Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Mancano poche ore alla Messa, e il Santo si cimenta nella composizione di un nuovo canto da eseguire durante la celebrazione. Sotto gli occhi stupefatti di don Michele fiorisce a tempo di record un canto mirabile per la sua semplicità e per la sua straordinaria orecchiabilità: lo si ascolta, lo si impara subito; dopo di che si fissa nel cuore per non andarsene più. Sì, una di quelle melodie che si direbbero esistite da sempre e che semplicemente sembravano in attesa di essere trovate e portate alla luce.

Il sacerdote rimane incantato dalla composizione dell’illustre confratello e gli chiede di poterne avere il testo. Ma Sant’Alfonso glielo nega, ripromettendosi di fargliene omaggio solo dopo la sua definitiva stesura e stampa. Don Michele, italianamente, si arrangia: aspetta che Padre Alfonso si allontani, copia in fretta la composizione, infila nel taschino il foglietto illegale e scende in chiesa. Dove, guarda caso, il Santo sta per eseguire proprio il canto composto di fresco. Così di fresco che a un certo punto non ricorda le parole. Allora – ispirazione? astuzia? fiuto? – dice a un chierichetto di chiedere a don Michele quel foglietto che ha nel taschino. Il trionfo del canto è pari all’imbarazzo di don Michele, che sparisce dalla circolazione e si fa vedere soltanto dopo che il Liguori ha messo in campo tutte le sue arti di convincimento e la sua innata simpatia. La scena è degna del teatro napoletano, mentre il canto in questione – alzi la mano chi non lo ha già capito – è Tu scendi dalle Stelle. O meglio: è la versione «primitiva» dell’inno nazionale del Natale, scritta in vernacolo. Quanno nascette Ninno – questo è l’incipit del canto come lo udirono i fedeli in quel Natale del 1754 – rappresentava, nell’aulico e un po’ retorico ‘700, una piccola e pacifica rivoluzione: impensabile, fino ad allora, l’utilizzo del dialetto in campo liturgico!

Il successo, ça va sans dire, fu strepitoso e varcò i confini locali. E giustamente Sant’Alfonso, per agevolare la diffusione di questo gioiellino di teologia popolare, ne realizzò ben presto una versione in lingua italiana, che finì per oscurare quella originale, essa pure stupenda nella sua semplicità. Semplicità: si direbbe la chiave di lettura di questo canto, il cui testo – al pari della melodia – è così naturale e «ovvio» che sembra quasi fiorito spontaneamente. D’altronde la semplicità ben si addice a Dio, l’Essere Semplice, come amano definirlo i mistici. Anzi, c’è immediatamente da insospettirsi se un concetto su Dio non può essere espresso, o almeno sintetizzato, in termini semplici. Perché le parole semplici non banalizzano certo la fede e neppure ne riducono l’impegno, ma piuttosto la riportano a quella essenzialità cristallina nella quale il bambino può specchiarsi così come il dotto può costruire concetti sempre più ricchi e articolati.

 

E adesso, un balzo di oltre un secolo. Genova, 1890. Nel signorile Palazzo Doria un maturo musicista assiste alla Messa di Mezzanotte e non può fare a meno di ammirare il coro di fanciulli che anima la celebrazione e che si è appena prodotto in una bella interpretazione di Tu scendi dalle stelle. Al punto che, malgrado il carattere burbero, si sente in dovere di porgere i complimenti a quei ragazzi per aver eseguito con bella intonazione quella tradizionale canzone sacra, che era Tu scendi dalle stelle, senza la quale Natale non sarebbe Natale. Certo, il Redentore nasce per salvarci anche senza lo sfondo musicale del quanto ti costò l’avermi amato. Ma per noi, che da sempre ci portiamo nel cuore queste parole, l’assenza del canto di Sant’Alfonso toglierebbe senz’altro qualcosa al «nostro» Natale. Insomma, alla fine ci troviamo a dar ragione a quel musicista. Che è Giuseppe Verdi.