Sant’Alberto di Gerusalemme: la legge come abito della carità.

A parte monache e padri carmelitani con i loro aficionados, supponiamo che nessuno si sia accorto del Santo – o meglio, uno dei Santi – che il calendario proponeva il giorno 17 settembre: Sant’Alberto di Gerusalemme. Sconosciuto ai più, questo grande vescovo del secolo XII è per il Carmelo personaggio familiare: il nostro Santo Padre Alberto, come siamo solite chiamarlo. É lui infatti l’estensore della Regola Carmelitana: uno di casa. Conosciamolo.

Alberto dei conti Avogadro di Sabbioneta fu un uomo dalla vita tanto semplice quanto complessa. No, non è una contraddizione. É piuttosto un contrasto: da un lato brilla in lui un’esistenza tutta giocata sul doppio binario dell’attitudine al governo e della fedeltà alla legge, con una continuità di atteggiamento paragonabile a una linea retta; dall’altro stupisce la molteplicità degli incarichi ricevuti e dei viaggi intrapresi. Un tronco solido – l’amore per la legge – che poté sviluppare una gran chioma di rami. A trent’anni appena, lo troviamo priore dei Canonici Regolari di Mortara, nel Pavese; e quattro anni dopo, eccolo giovanissimo vescovo prima a Bobbio e poi a Vercelli, dove rimarrà per vent’anni. E dove si dimostrerà un organizzatore eccezionale: alcune sue disposizioni fecero testo per secoli. In questo lungo periodo Alberto viene ampiamente sfruttato per la sua competenza canonica e la sua capacità di mediazione: a lui si devono numerose pacificazioni fra città rivali, fino a quando il Papa stesso, Clemente III, gli chiede di mediare la pace con il Barbarossa. Nientemeno. Il Papa Innocenzo III alza l’asticella, e spedisce il pio Alberto – come lo canta l’inno liturgico carmelitano – in quella che già allora era una delle zone calde della Chiesa: la Terra Santa (1205). Tanto calda che il Nostro, il quale pure aveva ricevuto il titolo di Patriarca di Gerusalemme, non riesce neppure a prendere possesso della sua legittima sede, occupata dai saraceni, e si adatta a vivere ad Acri. Il Patriarca non si perde d’animo. Dalla sua sede staccata prende innumerevoli iniziative e ancora una volta si fa mediatore di pace, in un abbraccio che accoglie e orienta anche i non cristiani. Gli sfondi cambiano, l’uomo rimane lo stesso: attento alle norme e al diritto, capace di mettere d’accordo situazioni e persone, e amabile al tratto. Per i Carmelitani, che in Palestina si stanno organizzando con un po’ di fatica (da ex crociati non si potevano pretendere competenze canoniche) il Patriarca è un dono della Provvidenza: e proprio a lui chiedono di scrivere la loro Regola. Dalla penna dell’uomo di legge e di governo esce un piccolo gioiello di sintesi e semplicità. La nostra regola – ancora in vigore, e letta nei nostri refettori ogni settimana – è un insieme di norme che sembrano offrire non un impianto rigido, ma una specie di contenitore per preservare e incanalare lo slancio mistico. Come dire? Un abito da far indossare alla carità. D’altronde non si vede perché mai leggi e carità  debbano essere – secondo una opinione oggi corrente – necessariamente in contrasto, quasi che non fossero figlie dello stesso Dio.

E ancora l’amore per la legge, concretizzatosi in un severo rimprovero per la condotta immorale del direttore di un ospedale, fu all’origine di quella pugnalata a tradimento che lo stesso direttore gli inflisse durante una processione (1214) e che gli fece chiudere e cornare la sua intensa giornata terrena con la palma del martirio.

Ma a questo punto vogliamo sapere dove è nato quest’uomo così poliedrico e «internazionale», che tratta con papi e imperatori, che viaggia dall’Europa all’Asia, che si fa carico di responsabilità altissime e che lascia il suo nome sulle pagine di storia. Sorpresa. E’ un vicino di casa. Nacque infatti a Castel Gualtieri, da identificare con l’odierna Gualtieri, appena qualche chilometro ad est della provincia di Parma, e a due passi da quel Brescello che Guareschi ha fatto conoscere al mondo intero. Insomma, un arzàn.