Santa Teresa: esegeta d’eccezione per il Vangelo della Samaritana

Tra dotte esegesi e raffigurazioni pittoriche, l’odierno episodio della Samaritana al pozzo è certamente uno dei più gettonati. Anche i santi si sono cimentati nei commenti, e con risultati suggestivi: sia pure in un’ottica accomodatizia. Questa parola dal sapore un po’ vintage sta a indicare una interpretazione che non si basa sul dato oggettivo (critica testuale, lingua, conoscenze storiche, paralleli letterari: come è giusto che sia per gli studiosi del settore) ma si accomoda al gusto, alla sensibilità e all’ispirazione di chi commenta. Qualche esempio? Quel tota pulchra – tutta bella – che lo sposo del Cantico dei Cantici attribuisce alla sua sposa, viene tradizionalmente riferito alla Madonna, quasi in un presagio della sua Immacolata Concezione. Così come l’invito del Faraone a rivolgersi al suo fido amministratore Giuseppe – Ite ad Ioseph – diventa uno spot in favore della potenza di intercessione del padre putativo di Gesù. Va da sé che simili letture accomodatizie non hanno una base scientifica, ma semplicemente vengono dal cuore. Attenzione però: se il cuore è quello del popolo semplice o quello di un santo, allora sono da accostare con il massimo rispetto, come una saporita briciola caduta dalla mensa nobile della Parola di Dio. E sono da ascoltare come un’eco della voce di quel Dio che si compiace di svelarsi agli amici e ai piccoli.

Santa Teresa di Gesù fa parte del drappello. Anima innamorata, legge da innamorata: senza la pretesa che la sua interpretazione sia l’unica, ma con la speranza che essa possa aiutare le anime ad accendersi dello stesso amore che la possiede. Il dialogo a tu per tu fra Gesù e la donna, il linguaggio del Signore che vela e svela allo stesso tempo, il tema dell’acqua a lei sempre così caro… l’episodio ha tutto quel che occorre per affascinarla. Un fascino che ha radici profonde: ancora bambina, teneva nella sua stanza un quadro raffigurante Gesù al pozzo. E, pur senza comprenderla bene, amava ripetere l’invocazione scritta sotto la figura: Domine, da mihi aquam!  

Dunque, l’esegesi di Teresa parte dal cuore, e la passione con la quale ci descrive l’acqua viva promessa alla Samaritana ci avvince: L’anima che beve di quell’acqua non ha più sete di alcuna cosa terrena, ma va sempre più ardendo per le cose dell’altra vita, e le sospira con tanta bramosia da non potersi paragonare ad alcuna sete naturale. Con queste righe Santa Teresa si inserisce nella grande tradizione monastica, che contrappone le cose del Cielo e quelle della terra; succesivamente, entra nella dimensione mistica che le è propria, lasciando affiorare l’esperienza personale: Benché sia una sete penosissima ed estenuante, nondimeno porta con sé tanta dolcezza da temperarne gli ardori, perché, mentre distrugge l’affetto delle cose terrene, sazia l’anima con le celesti. Alla fine, in linea con il taglio mistico che sta dando al suo commento, la Santa si compiace in uno di quei paradossi che sono appunto prerogativa dei mistici, attribuendo all’acqua promessa dal Signore il potere di dissetare e insieme quello di «assetare»: La grazia più grande che Dio possa fare a un’anima quando si degna di dissetarla, è di lasciarla ancora assetata: più beve, più desidera di bere. Dopo di che, viene da chiedersi quanto la Santa sia stata aderente al testo e quanto ci abbia messo del suo. Ma a questo punto ci avventuriamo anche noi in una esegesi accomodatizia e ci facciamo forti del salmo 62: Una parola ha detto Dio, due ne ho udite. Come a dire che la perfetta unità di Dio non esclude la molteplicità delle sfaccettature che comunque, alla fine si ricompongono nell’unità. Allo stesso modo la sua Parola non esclude una molteplicità di interpretazioni che – purchè non contraddicano la verità – si arricchiscono a vicenda. E i commenti che i Santi fanno della Scrittura, per quanto personali, possono essere molto vicini al pensiero di Dio. Vicini quanto lo sono i Santi stessi.