Santa Elisabetta della Trinità e il suo manuale della gioia.

Cicero pro domo sua. Oggi approfittiamo di questo spazio per fare uno spot ad una iniziativa, a noi tanto cara, che ha già superato la boa del quarto di secolo: l’Adorazione Eucaristica Vocazionale. Era il 1994 quando Maria Adelaide Petrillo, che conoscemmo proprio in quell’occasione, si presentò alla Madre chiedendole di coinvolgere nella preghiera i fedeli e di appassionarli ad essa: il tutto finalizzato alle vocazioni che già allora si presentavano drammaticamente in calo. Detto, fatto. Nacquero le adorazioni del primo giovedì del mese, e nacque un gruppetto inaspettatamente folto di fedelissimi che da allora ne costituisce il cuore trainante. Sulle prime si sperimentarono diversi format: ora veniva dato più spazio al canto, ora alla preghiera spontanea, ora ai testi. Fino a quando la struttura si stabilizzò nell’attuale scaletta che prevede la preghiera del Rosario, l’esposizione del Santissimo, un paio di letture (un testo biblico e uno dei nostri santi carmelitani), una esortazione del sacerdote che presiede: il tutto, inframezzato da canti e spazi di silenzio. Ogni anno poi cerchiamo un tema conduttore che faccia da fil rouge e in qualche modo dia unità all’insieme degli incontri. Esempi? La santità giovane del Carmelo, Alla scuola di San Giovanni della Croce, La passione eucaristica di Santa Teresa

Quest’anno abbiamo scelto come tema conduttore uno scritto particolarmente suggestivo di Santa Elisabetta della Trinità: Come trovare il cielo sulla terra, scaricabile sul nostro sito. Una decina di pagine, strutturate come ipotetici esercizi spirituali con due meditazioni quotidiane. Questo gioiello di spiritualità fu redatto nel luglio del 1906, a pochi mesi dalla morte: e sappiamo bene quanto la morte, con la sua austera solennità, dia un valore particolare ai gesti e alle parole che l’hanno preceduta. A maggior ragione nella vita di un santo, in cui gli ultimi atti sono percepiti come attinti ormai dal cielo stesso. Interessante anche la genesi dello scritto: se la ragione più profonda è quel traboccare di grazie unitive che la giovane carmelitana sperimentava, il motivo occasionale è il desiderio di offrire alla sorella minore Guite un itinerario spirituale da percorrere nella sua vita ordinaria di sposa e madre.

Elisabetta prende le mosse dalle lettere paoline: testi dove l’asciutto rigore delle argomentazioni non sembrerebbe offrire una sponda ai voli poetici della mistica. Ma per Elisabetta, che è una contemplativa di razza, avviene esattamente il contrario: è proprio il rigore del linguaggio paolino – non per nulla lo chiama affettuosamente il mio San Paolo – ad offrirle un appoggio solido sul quale «lavorare» e approfondire i significati delle parole-chiave (dimorare, conoscenza, profondità…) scoprendovi tutte le possibili sfumature mistiche: così, ad esempio, la paolina corsa verso la meta (Fil 3, 14) viene riletta da Elisabetta come un abbandonarsi sempre più totale verso le profondità del mistero divino. Oppure: nella nota affermazione secondo cui la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3), la carmelitana di Digione – maestra delle anime interiori – vede subito la fortezza inespugnabile del santo raccoglimento, che si colloca nella stanza più segreta dell’anima.

Altezze – o profondità – davvero vertiginose, per le quali si può parlare con tutta verità di una eternità già iniziata. Dimensioni che nella stessa vita monastica sono considerate una meta preziosa e non scontata. Elisabetta invece propone queste vette contemplative alla giovane sorella tutta presa dai suoi impegni di sposa e madre (a poco più di vent’anni ha già due bambine!) e lo fa con piena naturalezza, considerando cosa ovvia che rappresentino la normalità della vita cristiana. Viene alla mente un episodio della vita di Madre Teresa di Calcutta. A un giornalista che le aveva chiesto se era una santa – no comment sul buon gusto della domanda – la madre dei poveri diede una risposta lapidaria: Se non si è santi non si è cristiani.