Quell’attesa trepidante da parte di Dio

L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione.

Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita.

Chi scrive queste parole appassionate è San Bernardo, il grande cantore della Vergine. Con una felice scelta liturgica, il brano è collocato nei giorni che precedono il Natale, dal momento che si tratta di un mistero che con il Natale è inscindibilmente collegato: l’Annunciazione. Il santo, innestandosi nella grande tradizione cristiana e anzi incrementandola, immagina che l’intero universo attenda il «sì» di Maria, e che questa attesa si espanda – ricalchiamo un’espressione di San Paolo – nei cieli, sulla terra e sotto terra: Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David […] Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano.

In un crescendo degno di una grande sinfonia, la pagina di Bernardo culmina con l’attesa trepidante dello stesso Verbo:  Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta.

Una affermazione bellissima e audace, ma… come è possibile che il Verbo Increato, che partecipa della infinita scienza del Padre, batta fuori alla porta di Maria, come se stesse aspettando una risposta che non è data per scontata?

E con questo entriamo nel mistero del rapporto fra la onniscienza divina e la libertà individuale. Che Dio sappia tutto è un dato di fede. Che noi siamo liberi è un dato dell’esperienza. Ci sarà la volta in cui le nostre decisioni sono fortemente condizionate, ma ci sono le mille e mille volte in cui, nel piccolo e nel grande, abbiamo scelto in totale autonomia. Innegabile. Ma Dio sapeva già quello che avremmo fatto? E allora, che libertà è la nostra? A questo punto le domande finirebbero per rincorrersi a vuoto; meglio seguire il saggio consiglio del Sommo Poeta (cfr. Purg III, 37) e di starcene contenti al quia, che in questo caso è la misteriosa «compatibilità» fra onniscienza divina e libertà umana, senza pretendere di veder tutto (id., 38): anche per non incappare nella dantesca apostrofe della terzina precedente, secondo la quale matto è chi spera che nostra ragione possa penetrare i misteri di Dio.

E così, contenti al quia, contenti cioè di come stanno le cose, ci mettiamo in fila con i figli di Adamo e gustiamo la silenziosa e travolgente bellezza dell’Incarnazione. Travolgente – o piuttosto avvolgente – perché investe e riveste tutte le creature. Le tradizioni popolari secondo cui, dopo il fiat di Maria, non solo i giusti provarono una gioia inspiegabile, ma anche i fiori brillarono di colori più lucenti, o gli uccelli cantarono con gorgheggi mai uditi fino ad allora, dicono – almeno sostanzialmente – la verità. L’Incarnazione veniva infatti a rispristinare la bellezza originaria del progetto di Dio: il che spiega anche il vivido incanto dei paesaggi che facilmente fanno da sfondo alle innumerevoli Annunciazioni della pittura, così come spiega la presenza di animali o piante che nella simbologia tradizionale sono icone di grazia e bellezza, dal pavone alla rosa.

E, sempre contenti al quia, ci concediamo la dolce audacia di credere che, ogniqualvolta ci accingiamo ad accogliere (o a respingere) una pur piccolissima ispirazione divina, nel Cuore di Dio stia palpitando – fatte le debite proporzioni, beninteso – la stessa, trepidante attesa.