Quel variopinto «zoo messianico» che affiora dalle vite dei Santi

Tijuana, Messico. Madre Teresa di Calcutta parla da un palco improvvisato. Molto improvvisato, se a un certo punto può salirvi indisturbato un serpentello, per giunta velenoso. Panico generale. Un uomo si avvicina alla Madre e con somma prudenza le bisbiglia che c’è un serpente dietro di lei. La santa della carità la prende come un’eccellente notizia, si volta tutta contenta, guarda il serpentello: «Oh, che carino!». Il rettile la guarda a sua volta, incassa il complimento e se ne va senza colpo ferire. Questo episodio, che abbiamo raccolto in parlatorio dalla viva voce di una Missionaria della Carità, è l’ennesimo della lunga serie che ha come oggetto il misterioso feeling fra i santi e gli animali. Un feeling che parte da lontano, ha il suo paradigma nientemeno che in Gesù – che nel deserto stava con le fiere (Mc 1, 13) – e prosegue nella vita dei santi, ma con alcune epoche, diciamo così, di punta. I secoli dal IV al VI, per esempio, quelli dei mitici padri del deserto. La comunione con Dio si estendeva alla comunione con il creato: ecco allora San Macario, che guarisce dalla cecità un cucciolo di iena che la madre stessa gli aveva portato; San Basolo, che legge la Scrittura alla presenza di un attentissimo cinghiale; San Marculfo, nel cui abito si rifugia una lepre inseguita dai cacciatori; San Girolamo, presso cui si reca un leone per farsi togliere una spina; San Pacomio, che ogniqualvolta doveva attraversare un corso d’acqua, trovava un premuroso soccorso nei coccodrilli, da lui utilizzati a mo’ di tavole da surf. Negli episodi legati ai primi secoli del cristianesimo la pacifica convivenza con gli animali – e più sono feroci, meglio è – sembra suggerire il ripristino dell’armonia perduta dopo il peccato originale. Nell’altro periodo di punta di queste manifestazioni, e cioè il medioevo «classico», l’aspetto affettivo sembra prevalere su quello spettacolare: gli animali sono di solito quelli più comuni, come il fedele cane che portava il pane all’appestato San Rocco; mentre lo sguardo, più che sulla condizione originaria dell’uomo, si porta sulla realtà messianica che lo attende e sulle caratteristiche della nuova creazione.

Il pensiero corre subito a San Francesco: la predica agli uccelli, il lupo di Gubbio, il Cantico delle Creature sono ormai patrimonio dell’umanità. Ma non c’è solo il Poverello d’Assisi: il suo concorrente più accreditato, in una specie di derby francescano, è il confratello Antonio di Padova, che festeggeremo nei prossimi giorni e che ha fornito l’ispirazione a queste nostre righe. Sappiamo tutti della predica ai pesci e dell’episodio della mula. Ma aggiungiamo che l’interesse di Antonio per il mondo animale lo porta a nominare nei suoi sermoni, vuoi per un elogio, vuoi per un paragone, addirittura un’ottantina di specie! Nei secoli successivi il feeling si fa più discreto, ma non si spegne, e i leprotti continueranno a rifugiarsi nelle tonache dei frati santi, come il francescano Giacomo o il carmelitano Giovanni della Croce. Anzi, è del ‘600 l’amico degli animali per eccellenza, il domenicano peruviano San Martino de Porres: di lui si ricorda il discorsetto con cui persuase i topi ad allontanarsi dall’infermeria del convento, promettendo in cambio un buono-pasto quotidiano… Proteggeva i quattrozampe dai soprusi, conversava con loro, curava con la sua affermata arte di cerusico i cani e i gatti che si presentavano spontaneamente alla sua porta; e convinse la sorella ad accogliere in casa gli animali malati, maltrattati e abbandonati: la prima clinica veterinaria della storia!

Ovvia la domanda finale: ma gli animali vanno in Paradiso? Non c’è un documento ufficiale del magistero che affronti questo argomento. Da parte nostra, citiamo uno stralcio di conversazione che un padre carmelitano tenne qualche anno fa: Non siamo in grado di rispondere. Una cosa però è certa: in Paradiso troveremo tutto quello che può contribuire alla felicità dell’uomo.