Quando liturgia e tradizioni popolari si danno una mano a vicenda: la Madonna Addolorata

Con un felice parallelismo, come la solennità del Sacro Cuore è seguita dalla memoria liturgica del Cuore Immacolato di Maria, così la festa dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre) è seguita a ruota dalla memoria della Beata Vergine Maria Addolorata. Ancora una volta, la liturgia non separa ciò che Dio ha unito, e accosta, anche nel calendario, la Madre e il Figlio. Accostamento che in questo mese di settembre ha per filo conduttore la Croce: e che la tradizione popolare ha fatto proprio ed arricchito da par suo. Se la condivisione della sofferenza del Redentore da parte di Maria è stata percepita da sempre, è però nel Medio Evo che l’evento storico prende tutto il calore dell’evento mistico, magari con qualche fuoriprogramma che nasce dall’entusiasmo dei figli e che di solito merita perdono anticipato e forfettario. Il dolore per eccellenza – quello di una madre che vede morire il figlio – doveva essere compreso (e condiviso!) fin troppo bene in un periodo storico in cui la vita era così fragile ed esposta; e i predicatori non dovevano faticare per toccare i cuori dell’uditorio. I Serviti, ad esempio: instancabili apostoli della Mater Dolorosa, codificarono le sue sofferenze nei sette dolori (profezia di Simeone, smarrimento di Gesù nel tempio, salita al Calvario…), una devozione che si diffuse enormemente e stabilmente. In particolare fu il cuore ardente delle popolazioni mediterranee a recepire questa devozione e ad ampliarla. Nacquero allora le innumerevoli processioni che spesso si concludevano con il suggestivo incontro fra la Madre Addolorata e il Figlio, portato da una seconda processione. Il sottofondo di canti, pianti, battimani e strumenti vari, lo lasciamo immaginare ai lettori. Ovviamente non possiamo pretendere che tutte le iniziative del popolo fossero poste al vaglio di qualche severo liturgista: e così troviamo – sfogliando le tradizioni locali – lanci di coriandoli e rumore di petardi, confraternite di incappucciati e fuochi d’artificio, zuppe di pesce e suoni di sirene.

Anche l’arte, in un’ottica più raffinata e colta, si confrontò con i sette dolori e partorì capolavori. Limitandoci sempre al Medio Evo – altrimenti dovremmo mettere al primo posto la Pietà michelangiolesca – ricordiamo quel gioiello che è lo Stabat Mater, ancora oggi così familiare e caro alla cristianità. Tradizionalmente attribuita a Jacopone da Todi, la sequenza fonde stupendamente il calore dell’affettività, la precisione del latino e la correttezza teologica. Tanto da avere un posto anche nella liturgia ufficiale.

Intanto, con lo scorrere dei secoli, la devozione popolare, andava «codificando» anche l’abbigliamento della Madonna, mutuandolo dagli abiti da lutto: colore scuro e lungo velo, spesso sormontato da una corona, quasi ad anticipare il peso di gloria insito nel suo dolore. Ci piace dire che anche noi conserviamo una Mater Dolorosa, che – sia pur in dimensioni ridotte – ha tutti i tratti delle tradizionali statue «da processione», con la caratteristica spada e l’espressione di accentuata sofferenza. Ad essa viene dedicata da tempo immemorabile una piccola cerimonia ogni venerdì santo, allorché la portiamo processionalmente in refettorio e la omaggiamo con lo Stabat Mater. Potremmo dire che la sobrietà monastica ha anticipato, con questa versione misurata e ridotta di quanto avviene in tante piazze d’Italia, il lavoro dei liturgisti.

I quali, all’inizio del secolo XIX, raccolsero le innumerevoli liturgie fai da te fiorite nei secoli e nel 1814 diedero all’Addolorata la dignità di una celebrazione liturgica ufficiale. Un lavoro a tavolino, dunque: ma nel senso più bello e fecondo del termine; nell’ascolto rispettoso dell’affetto popolare, se ne volle evidenziare il fondamento biblico e teologico, così da inquadrarlo e valorizzarlo insieme. Ancora una volta i corsi d’acqua – Scrittura e liturgia, devozione e tradizioni – che sgorgano da una stessa Sorgente, finiscono per confluire armoniosamente nello stesso mare.