Quando la preghiera diventa signora dello spazio e del tempo

La cifra non è abbastanza tonda, d’accordo, ma vogliamo ugualmente ricordare questo anniversario: l’undici marzo di centodieci anni fa nasceva Giacinta Marto, che con il fratellino Francesco e la cugina Lucia dos Santos visse (1917) la straordinaria avventura delle apparizioni di Fatima. Straordinaria agli occhi dei fedeli: per il contenuto, per le modalità, per il drammatico contesto bellico in cui fiorì. Ma – ci piace pensarlo – dovette essere straordinaria anche agli occhi di Dio, per la eccezionale risposta dei tre pastorelli, che, come il biblico Samuele, non lasciarono andare a vuoto nessuna delle parole del massaggio ma anzi lo accolsero con una serietà, una passione e un impegno commoventi. E ciascuno secondo la propria infantile ma ben definita personalità. Lucia, la più «adulta» dei tre, si sentì fin dall’inizio la depositaria del messaggio e, per così dire, la prima responsabile di fronte al mondo. Francesco, natura contemplativa e misteriosamente presago della brevità della propria vita, si concentrò in un rapporto tenero e silenzioso con Gesù, del quale voleva consolare dolore e solitudine. In Giacinta, bembina dal temperamento di fuoco, prevalse la spiritualità della riparazione: consapevole dell’orrore del peccato e ferita – ma di una ferita salutare e portatrice di grandi frutti – dalla terribile visione dell’inferno, la piccola si sentì chiamata a offrire sacrifici per la conversione dei peccatori. Lo fece in modo eroico, anche in considerazione della sua età infantile: sottraeva tempo al gioco (che le piaceva moltissimo!) per dedicarlo al Rosario oppure, sotto il sole cocente, rinunciava al sollievo di un sorso d’acqua fresca…

A un certo punto il sacrificio da attivo, cioè gestito dall’anima, divenne passivo, e cioè subìto dall’anima, proprio come succede nella storia dei mistici; pertanto non fu più Giacinta a offrire, ma fu il Signore a chiedere. E stavolta non furono fioretti – sia pur eroici – di bimbi. Fu l’accettazione di una morte dolorosa e per giunta in uno stato di isolamento (la piccola era stata colpita dalla tristemente nota spagnola), lontano dall’amatissima famiglia e dalla sua inseparabile cugina Lucia. La bambina andò incontro a questo sacrificio con totale consapevolezza e in spirito di offerta per la conversione dei peccatori e per il Santo Padre. Quando morì non aveva ancora dieci anni, ma si può dire in tutta verità che aveva pienamente assimilato ed esercitato il carisma della maternità spirituale. Quante saranno le anime che hanno raggiunto la salvezza anche grazie a Giacinta? Non ci è dato di saperlo sulla terra, ma certo si rimane sgomenti di fronte alla potenza della preghiera di una bambina, preghiera che supera i limiti dello spazio e del tempo e porta frutti che rimangono per l’eternità. E in paradiso, dove l’ingratitudine è una parola sconosciuta, queste anime certamente hanno – e in secula seculorum – un rapporto privilegiato con Giacinta, che riconoscono come madre della loro salvezza. Perché la relazione che si crea tra le persone attraverso la preghiera, qui in terra non necessariamente si vede – anzi, non è neppure necessario che ci si conosca! -, ma in cielo comporta frutti splendidi di santità, ed un legame di carità inimmaginabile. Lo aveva intuito Santa Teresina, allorchè una volta si chiese se, chissà, tutte le grazie che aveva ricevuto fossero dovute alla preghiere di un’anima che l’aveva chiesta a Dio e che avrebbe conosciuto solo in cielo. Così come chiamò il mio primo figlio quel criminale – a lei noto solo attraverso i giornali – per il quale ella pregò con fervore e che proprio di fronte al patibolo diede un chiaro segno di conversione. Ancora una volta risplende la signoria della preghiera, la regina – citiamo appunto la santa di Lisieux – che ha sempre libero accesso nella stanza del Re. E che è anche la via privilegiata per raggiungere il cuore degli uomini. Con risultati che un giorno, stiamo certi, ci lasceranno felicemente increduli…