Padre Pio, e l’indefinibile confine fra ordinario e straordinario

Che Padre Pio – ricordato dalla liturgia proprio in questi giorni – goda di fama planetaria, è fuor di dubbio; e non è difficile, nel giro delle nostre conoscenze, trovare qualcuno che lo abbia incontrato direttamente. Racconti, per lo più, di confessioni non sempre idilliache ma comunque sempre fruttuose, di incredibili letture del pensiero, di profezie regolarmente avverate: avremmo da riferire molti episodi inediti, raccolti tra parenti e amici della comunità. Ma oggi vogliamo soffermarci su una testimonianza diversa dal solito e – dato il punto di osservazione – davvero speciale: quella di suor Rosaria Scolamacchia, una religiosa di vita attiva che anni fa avemmo l’onore di ospitare nella nostra foresteria. Decisa ad entrare in un altro istituto, fu dallo stesso Padre Pio invitata a farsi religiosa tra le suore che operavano alla Casa Sollievo della Sofferenza. L’amore che il santo aveva per il «suo» ospedale, la sollecitudine per gli ammalati e anche l’umana simpatia nei confronti del personale medico e paramedico lo inducevano, finché la salute glielo permise, a fare il suo quotidiano giretto fra quelle mura a lui tanto care. Il che consentì alla nostra suor Rosaria di incontrarlo per anni quasi quotidianamente e di vederlo nella sue veste più feriale e dimessa. Con noi suore infermiere era così semplice, paterno e «normale» – ci disse in parlatorio – che quasi non mi capacitavo di saperlo ormai famoso in tutto il mondo e protagonista di fatti spettacolari. Gli piaceva, per esempio, riempirsi le tasche di caramelle per poter effettuare dei simpatici lanci alle religiose più giovani e la battuta scherzosa non gli mancava mai. Ma Padre Pio è sempre Padre Pio, e qualcosa di speciale ogni tanto doveva pur succedere. Una volta in cui suor Rosaria doveva azzeccare una vena difficilissima, dopo numerosi tentativi a vuoto si rivolse mentalmente al frate (vivo, s’intende: perché era normale pregarlo come si fa con i santi canonizzati!) e in un attimo l’ago andò a destinazione. A ridimensionare un possibile compiacimento per essere riuscita nell’impresa, provvide poco dopo lo stesso Santo, che incontrandola la prevenne: Ce l’abbiamo fatta, ma che fatica trovare quella vena!

Altri tratti di simpatica umanità si trovano nel gusto con cui il frate cappuccino raccontava barzellette nel suo caldo accento del sud, nel piacere che trovava, la sera, nella lettura di alcune terzine dantesche, nella gioia semplice di qualche partitella a bocce con i medici dell’ospedale: gioco nel quale non sfigurava, si dice. Ma anche qui doveva scapparci il miracolo. Una volta – precisiamo per onor di verità che l’episodio non è inedito – mentre Padre Pio effettuava un lancio a parabola, un improvvido gatto attraversò il campo, giusto in tempo per scontrarsi con la boccia in volo. Niente paura: un attimo prima dell’impatto – che per la bestiola sarebbe stato fatale – la boccia si fermò a mezz’aria, lasciò passare il micio, e si adagiò su un lato come se niente fosse.

Già, come se niente fosse: colpisce, nella vita di questi santi dal miracolo facile, la naturalezza con la quale impetrano le grazie più vistose e la serietà appassionata con la quale fanno le cose più ordinarie. E hanno ragione: perché guardando le cose dal punto di vista di Dio, il confine tra straordinario e ordinario è molto labile. Anzi, a rigore, verrebbe da pensare che ai suoi occhi divini un fenomeno miracoloso – dove tutto obbedisce docilmente alla sua volontà – sia molto meno stupefacente del più modesto e sconosciuto atto di virtù, dove entra in gioco la libertà umana, e dove il «no» è sempre in agguato. In questa ottica il tanto e il poco, il vistoso e l’ordinario, lo speciale e il normale finiscono per sconfinare l’uno nel campo dell’altro. La boccia che resta sospesa nell’aria e quella che segue la traiettoria impressa dalla mano del giocatore, sembrano un’immagine della misteriosa competizione fra Grazia e libertà: l’unica in cui è possibile vincere in due.