Ottobre, quella terra di missione a chilometro zero.

Con il suo linguaggio efficacissimo anche se un poco drastico, Geneviève Gallois, la monaca benedettina autrice del celebre Piccolo Placido, sostiene che l’unica terra di missione della quale dovremo render conto a Dio è il nostro cuore. Letta così, la frase sembra sconfessare secoli di sforzi missionari. Ma, una volta fatta la tara al frasario senza sfumature dell’autrice, scopriamo quanta verità si nasconda in questa affermazione. Non solo perché la nostra responsabilità si ferma comunque sulla soglia della coscienza altrui. Ma anche perché nella matematica di Dio uno equivale a infinito – la pecorella numero cento docet – e la signoria piena su una sola anima è una festa impareggiabile per il suo cuore di Padre. Il caso-limite, chiamiamolo in questo modo, è quello della Vergine Maria, così totalmente donata e gradita a Dio che il suo «sì» spalancò la porta all’incarnazione del Verbo. Un sì nascosto e solitario, e non – secondo lo stile odierno – il parere  maggioritario di una  commissione di esperti. Sono i gusti di Dio.

In linea con questa sottolineatura della priorità dello stare a tu per Tu con il Signore, si colloca in pieno l’esperienza carmelitana. Santa Teresa d’Avila, prima di tutto: quando si chiese che cosa fare per arginare i danni della spaccatura luterana, comprese con certezza di dover, semplicemente, osservare la Regola con ogni possibile perfezione. Non una iniziativa clamorosa, ma l’approfondimento di quello che già c’era. San Giovanni della Croce ci ricorda che la più grande opera di Cristo – la redenzione del genere umano – avvenne nell’inutilità della Croce, mentre la piccola Teresa, di fronte alla possibilità di fondare un Carmelo in Indocina, affermò che vi sarebbe andata solo per «patire» un sovrappiù di solitudine. E allora dove sta il classico anelito  missionario? Un passo per volta.

Giunti che sono nella stanza più segreta della loro anima, i Santi vi incontrano Colui che vi dimora. E da questo incontro a chilometro zero con il Signore Gesù, Rex et centrum omnium cordium, da questo punto di snodo dell’umanità intera, ecco che essi attingono quel desiderio incontenibile di missione che è poi lo stesso desiderio del Redentore. Un desiderio che porta frutto nella misura in cui si affinato nel fuoco dell’intimità divina. I risultati allora arrivano, e sono garantiti. Così, per restare nell’ambito carmelitano, scopriamo che Santa Teresa aveva riformato il suo ordine religioso proprio perché l’azione apostolica fosse sostenuta dalla preghiera, e per tutta la vita si sentì trafiggere di dolore al pensiero delle innumerevoli anime che non conoscevano il Vangelo; veniamo poi a leggere che la missione fu una delle grandi passioni anche per Teresina: quando, già molto ammalata, si vide consigliare una piccola (quanto inutile e faticosa) passeggiata quotidiana nel giardino del monastero, commentò da par suo, affermando di camminare per un missionario, cioè di offrire quei passi per lei così strazianti affinché Dio rinvigorisse i passi di un missionario in difficoltà in un qualche angolo della terra. E lo stesso Giovanni della Croce, il santo della solitudine don Dio, era già in procinto di partire per la missione carmelitana del Messico, se una rapida malattia non lo avesse stroncato. Dunque l’anelito alla santità personale non è un ostacolo alla missione, ma il suo motore segreto. Non sapremmo dire, con la benedettina Madre Gallois, se davvero il nostro cuore è l’unica terra di missione di cui dobbiamo rendere conto: ma certamente è la prima. Una visualizzazione di questi concetti? Eccola qua. Negli anni ’90 il compianto saveriano Padre Antonio Fogliani, volendo fare un omaggio a noi e insieme a Santa Teresina, ci donò un bellissimo reliquiario realizzato in modo geniale con i più imprevedibili materiali di recupero. Il centro del reliquiario, dove è alloggiato un piccolo frammento ex corpore, è costituito da un globo terrestre: chi ama Dio con tutto il cuore, ama il mondo con il Cuore di Dio.