Ottobre, mese del Rosario: una preghiera dal valore ancora insondato.

Una nostra consorella ricorda di avere conosciuto nei lontani anni ’60 un anziano padre di famiglia che già in vita era ritenuto un santo e che a proposito del rosario elargiva un consiglio davvero imprevisto: Molti affermano: Piuttosto di dire male il rosario, io non lo dico. Ma io vi consiglio: Piuttosto di non dirlo, ditelo male. Non era un invito a pregare malamente, ovvio. Una preghiera mal fatta difficilmente sarà migliore di una preghiera ben fatta. Ma sarà, comunque e sempre, migliore di una preghiera non fatta. E poi, quali sono i criteri per giudicare della bontà di una preghiera? Sì, di criteri ce ne sono: l’ortodossia del contenuto, la dignità della «esecuzione», l’attenzione posta dall’orante. Eppure la preghiera sfugge ai nostri pur buoni parametri: perché noi sappiamo appena – e neppure con piena certezza – che cosa fa chi prega. Ma non sappiamo che cosa fa Dio, che della nostra preghiera è il protagonista principale. Non sappiamo quali grazie di unione ha infuso nel nostro cuore, quali mali ci ha allontanato, quali benefici ha riversato su di noi, su coloro per i quali abbiamo pregato, e perfino sugli sconosciuti che in qualche modo hanno partecipato alla festa della nostra preghiera.

Considerazioni, queste, che si addicono in modo specialissimo al rosario, preghiera che sintetizza in modo splendido impegno e passività: da un lato il rosario richiede una spesa di tempo che, nella fretta perpetua in cui viviamo, non è poi irrisoria, o almeno non sembra tale a noi; e richiede anche l’umiltà di essere ripetitivi, rinunciando a formulare quelle belle frasi che ci sembrano tanto carine, a favore di parole già pronte sulle quali rischiamo di smemorizzare il concetto e magari anche di sonnecchiare. E questa sarebbe una grande preghiera?

Sì, è una grandissima preghiera. Una preghiera che va molto, molto al di là di quello che possiamo pensare, perché il rosario attiva e coinvolge, direttamente e personalmente, la Madonna. Nientemeno.

Ciò che avviene nella recita del rosario – compresa quella stiracchiata e in lotta con le distrazioni – richiama ciò che avviene nel grembo della madre: il bambino vi cresce e vi si sviluppa, non perché realizzi qualcosa, ma semplicemente perché rimane dov’è. A farlo crescere provvede la madre, che è strutturata proprio a questo scopo: ogni battito del suo cuore aggiunge un mattone alla costruzione del piccolo che sta crescendo. Il rosario, con la sua durata – che a volte sembra così lunga – è prima di tutto uno stare, e quindi un dare agio a Maria di operare in nostro favore attraverso le vie che Ella conosce e di cui non è tenuta a fornirci documentazione. E poiché questo stare è scandito dal respiro di Pater, Ave e Gloria, ecco che il rosario si fa preghiera cosmica, che riempie la terra dei Nomi di Gesù e di Maria, del Padre e dello Spirito: e noi non possiamo nemmeno immaginare quanta benedizione questi Nomi possano trascinare con sé! Infine, l’arricchimento personale dato dalla meditazione dei misteri: un ulteriore tesoro, certo: ma se anche tale meditazione dovesse lasciare un po’ a desiderare, solo il semplice gesto di prendere in mano la corona è già un richiamo alle realtà celesti. Parola di Suor Lucia di Fatima. La quale, con questa dichiarazione, riecheggia il concetto riportato all’inizio: al di là del nostro bel pregare, la forza intrinseca del rosario scavalca tutte le difficoltà date dalla nostra umanità un po’ riottosa, e insieme innesca la bontà divina. Madre Elvira, dopo aver suggerito di dire il Rosario a un giovane non credente, di fronte alle obiezioni di lui rispose: Io non ti ho chiesto di credere, io ti ho chiesto di dirlo. Tanta era la fiducia che la fondatrice della Comunità Cenacolo riponeva in questa preghiera. Non lasciamoci sfuggire un tale tesoro, dunque: in questo mese di ottobre mettiamo mano alla corona, e allora scopriremo perché schiere di santi ne hanno parlato con tanto fuoco. Provare per credere, insomma. O anche, a scelta, credere per provare.