Nel Risorto si intravede il destino di gloria che aspetta i nostri fragili corpi

La si tratta come una cosa di scarso interesse; parlarne desta sospetto. E se proprio dovesse far capolino tra i nostri discorsi, viene prontamente ingabbiata da un accigliato richiamo alle responsabilità presenti. Questo soggetto così bistrattato è nientemeno che l’eternità. Che dovrebbe invece essere all’apice dei nostri pensieri, in linea con il pensiero stesso di Gesù. Con i richiami continui alla vita eterna e al suo rapporto strettissimo con la vita terrena, non solo il Signore ci fornisce la chiave del nostro esistere, ma finisce per dare alla stessa vita terrena – letta alla luce dell’eternità – una pienezza ed un sapore che nessun viveur si sogna. E allora, mentre celebriamo la Pasqua di Risurrezione, andiamo a domandarci quale sarà la condizione del nostro corpo in quel Regno dei Cieli al quale, probabilmente, il Signore vorrebbe vederci un po’ più interessati. La tradizione della Chiesa ci fornisce in proposito non poche indicazioni, desumendole, prima di tutto, dal prototipo stesso dei risorti, Gesù. Che nelle poche settimane intercorse fra Risurrezione e Ascensione ci fornisce un bel campionario di gesti e condizioni. Prima di tutto ha una sua fisicità concreta: toccatemi, non sono un fantasma. Ma è una fisicità trasformata: non potevano riconoscerlo, o piuttosto lo hanno riconosciuto, ma sempre e solo dopo un «salto» nella fede. Un corpo che non si ferma davanti alle porte chiuse e si sposta per tutta la Galilea velocemente; anzi, istantaneamente. Doti straordinarie, certo. Eppure mangiò davanti a loro, uno dei gesti più comuni e «terreni» che ci siano. Ascende al Cielo come niente fosse ma ha anche voluto conservare le sue piaghe. Dio e Uomo. Il Magistero, grazie anche al lavoro dei Padri della Chiesa, ha messo ordine in questo flusso di informazioni e ha fissato le celebri quattro qualità dei corpi gloriosi. Prima, l’impassibilità. Che in questo caso significa assenza di sofferenza. Non solo della sofferenza in atto, ma anche di quel disagio che viene da un corpo imperfetto: in Cielo saremo tutti integri, fino all’ultimo capello, accuratamente contato da Dio, come ci lascia intendere il Vangelo. Segue lo splendore. E’ quella luminosità – proporzionata alla santità individuale – che viene dalla conformazione a Gesù, il quale nella Trasfigurazione ce ne ha dato un assaggio. E sarà l’incontenibile manifestazione esterna della interiore beatitudine. Terza qualità, l’agilità. Ovvero la totale facoltà di spostarsi ovunque, senza sforzo, e in modo immediato. Infine, la sottigliezza, per la quale il corpo, pur con tutta la sua fisicità, obbedirà totalmente allo spirito, così come vi obbedì – ma nella fatica della fede e nei limiti della natura mortale – quand’era sulla terra. E con questo chiariamo anche il significato di corpo spirituale, che non è sinonimo di corpo evanescente, ma di corpo in totale sintonia con lo spirito. Difficile da immaginare, ma sarà proprio così. Eppure, sempre nella traccia aperta da Gesù, il nostro corpo conserverà tutto il meglio dell’umanità; saremo conformati a Cristo e allo stesso tempo totalmente riconoscibili, e nella versione migliore possibile. Per esempio – ci assicura Sant’Agostino con piacevole puntigliosità – i pingui non riprenderanno l’eccesso del loro corpo: insomma, raggiungeremo anche  il sospirato peso-forma. E l’età? Un piccolo mistero. Gran parte della tradizione, fondandosi su un testo paolino, sostiene che avremo tutti l’età di Cristo. Ma questo escluderebbe la presenza dei bambini, che invece alcuni santi menzionano. Una cosa è certa: avremo l’età che ci farà più felici.

Discorsi alienanti? Alienante, piuttosto, è il non pensare mai a questa verità di fede, che è la nostra autentica e definitiva condizione. E alienante è negare a se stessi il conforto di tanta gloria futura allorché il nostro corpo attuale fa sentire tutta la sua fragile povertà.

Perché le lunghe file di bare viste in questi giorni, tutte uguali e destinate alla cremazione, non sono l’ultima parola.