Nel coro degli alpini si nasconde una lezione di vita.

Penne nere in presbiterio. Sono quelle che svettavano sui cappelli da alpino del coro Monte Orsaro, che dal 2004 è il coro ufficiale della sezione di Parma dell’Associazione Nazionale Alpini, e  che nel pomeriggio di sabato 7 dicembre ci ha offerto un concerto, o piuttosto un percorso in cui i canti, «come in una ideale pinacoteca» (stiamo rubando le parole utilizzate dai coristi nella presentazione), fissavano altrettanti quadri da meditare: gli affetti, la sofferenza, la pace… e, s’intende, l’ormai imminente mistero natalizio. E, come succede quando l’arte è autentica, i nostri coristi sono riusciti a dirci molto di più di quello che han voluto dirci. L’intenzione, come ha affermato il direttore del coro Maestro Stefano Bonnini, era quella di costruire per voi un concerto diverso dal consueto, che potesse parlare di noi, e del nostro modo di essere coro, non già attraverso una semplice elencazione di brani, ma piuttosto seguendo una strada ideale, pensata, in grado di toccare i momenti più significativi del nostro repertorio. Ma il risultato non si è accontentato di centrare l’obiettivo: è andato oltre. Nell’affiatamento del coro, nella fatica – che non si vedeva ma che si supponeva – delle lunghe prove, nell’amalgama delle voci, balzava allo sguardo un’icona della vita comunitaria. Dove tutti devono entrare in una misura che non è esattamente quella di partenza: chi deve tirar fuori la voce e chi la deve smorzare, che deve riuscire più espressivo e chi più sobrio… e in ogni caso, ciascuno deve dare il massimo: ma non per mettere in luce se stesso, bensì per arricchire il coro. E con lo sguardo affettuosamente attento ai gesti del Maestro. La definizione della comunità ideale, pensavamo: e intanto gustavamo le esecuzioni (splendide, a più voci e con «effetti speciali» incantevoli) di canti noti e meno noti, sempre scelti nel rispetto di un filo conduttore che, passando dai temi classici a quelli più espressamente religiosi, andava via via facendosi preghiera. Già, la preghiera. Perché nei canti degli alpini Dio è di casa. Dal Gran Dio del cielo al Signore delle Cime, dalla Ceseta de Transaqua alla Madonna di noi alpin, i riferimenti alla fede abbondano, magari anche nel bel mezzo di un testo giocoso: segno di un mondo che ha talmente assorbito il soprannaturale da farlo spuntare ovunque. Forse perché la montagna innalza cuore e sguardi, forse perché dietro ogni alpino c’era di norma una famiglia di fede e di valori, forse perché la precarietà della trincea portava a contare solo su Dio: alla fine i canti di montagna fanno pensare alla nota espressione di Tertulliano, naturaliter christiani. Come naturaliter christiani ci sembrano questi cori che affrontano prove, viaggi e sacrifici (e spese, supponiamo!) semplicemente per la passione di cantare insieme e di trasmettere –  e il Coro Monte Orsaro  lo ha fatto in 750 concerti – quella gioia e quell’armonia che hanno conquistato e maturato nel tempo.

Anche se, a ben pensarci, non si è cristiani naturaliter, ma soprannaturaliter: l’atto di fede è un salto di qualità sostanziale di cui la semplice natura umana, senza il tocco della Grazia, non è capace. Ma è capace di offrire un terreno adatto allo sbocciare della fede, questo sì.

Bene, ora che abbiamo messo i puntini sulle i, ritorniamo a gustare i nostri canti con la loro semplice e affidabile teologia. Mentre scorrono nella nostra mente le infinite e inattendibili ipotesi sulla persona di Gesù Cristo che travagliarono i primi secoli della Chiesa e che, in versione aggiornata, continuano a fare capolino nella teologia attuale, noi diamo fiducia ai nostri amici del coro, che nell’imminenza del Natale, ci rassicurano il cuore fra meravigliosi giochi di note e intrecci di voci: Oh, bambinelo caro, oh bambinel d’amore, tu che sei il vero figlio del Signore.