Miracoli eucaristici: quando la natura riconosce il suo Signore…

Tra i misteri della natura non figurano solo l’origine di Ayers Rock e l’estinzione dei dinosauri. C’è anche il naso dei cani. Che tra le altre cose sono in grado – se debitamente addestrati – di segnalare con sicurezza se una persona è viva o morta: anche se sepolta dalla neve, anche se travolta dalle macerie, anche se nascosta in un mobile. Se la persona è ancora viva, si siedono in corrispondenza della sua posizione – è il loro modo di stare sull’attenti – e non si spostano fino all’ordine dell’istruttore, che nel frattempo ha allertato chi di dovere.

Detto questo, ci portiamo a Baltimora, Stati Uniti, dove nel 1995 Giovanni Paolo II sta compiendo un viaggio apostolico. Il Papa Santo decide di visitare il Santissimo nella cappella del seminario diocesano. Il fuori programma allerta la polizia, che in compagnia dei cani addestrati si affretta ad effettuare un’ispezione, nel timore che dietro qualche arredo o anfratto si nasconda un potenziale attentatore: non si sa mai. I quattrozampe fiutano ogni angolo e il loro fare tranquillo conforta gli agenti. Giunti però al Tabernacolo, i cani si fermano, si mettono sull’attenti e, con il muso puntato verso la porticina, rifiutano di spostarsi: lì c’è una Persona viva…

Questo delizioso episodio si colloca nella scia di quei miracoli eucaristici in cui la natura sembra «riconoscere» il suo Signore e tributargli il dovuto omaggio: chissà, forse a mo’ di promemoria per gli uomini mai abbastanza consapevoli e stupiti di fronte all’immenso dono della Presenza. Tutti sanno della mula di sant’Antonio: durante la predicazione del Santo in Rimini (1223) la bestia, che il proprietario aveva tenuto a digiuno per tre giorni, prima di accostarsi a un fascio di biada si avvicinò all’ostensorio sorretto dal Santo e si inginocchiò, suscitando lo stupore dei presenti e la conversione del padrone. Ancora un mulo a Torino (1453) rifiutò di trasportare il bottino di un furto sacrilego – nel quale erano finite anche delle Ostie consacrate – malgrado le bastonate dei ladri: il tramestìo suscitato dalla buona bestia consentì il miracoloso recupero delle Sacre Specie e portò addirittura alla costruzione dell’attuale basilica del Corpus Domini. Altra nazione, altro animale: stavolta è una mandria di mucche che nei dintorni di Poznam (Polonia, 1399) si inginocchiano tutte nella stessa direzione. Che cosa c’era? Un gruppo di ostie che, dopo essere state trafugate e profanate, furono seppellite in una zona paludosa. Ma la terra non volle rendersi complice di tanto male e le risospinse in superficie. Più volte la natura inanimata manifestò il suo «rispetto» verso l’Eucaristia. Come a Stiphout in Olanda (1342), quando il fuoco provocato da un fulmine devastò la chiesa ma non osò neppure lambire il tabernacolo. Ed è triste pensare che le ostie, rimaste perfettamente intatte, furono disperse nel 1577 nel corso delle guerre di religione. Quod non fecit fulmen

Se poi allarghiamo il concetto di natura a quel misterioso intreccio di bene e di male che è la natura umana, allora troviamo una notizia tanto recente quanto sorprendente: in una intervista a un Missionario della Santissima Eucaristia – una congregazione nata in Francia nel 2007 – scopriamo che laddove viene istituita una cappella per l’adorazione perpetua, la criminalità conosce una caduta verticale. Si può pensare che l’adorazione, ripristinando il giusto ordine dei valori – dunque, Dio al primo posto – porti con sé anche il ripristino dell’originaria armonia tra le creature. Gli ecologisti prendano nota.

Infine, una nostra piccola esperienza. Quando in monastero facciamo adorazione eucaristica, può capitare che un raggio di sole vada a centrare esattamente l’ostensorio. Nessun miracolo, per carità: semplicemente una coincidenza che, nell’arco della giornata, deve prima o poi verificarsi. Ma per chi osserva, l’impressione – bellissima – è quella di una carezza che il creato fa al suo Signore.