Maria, maestra di inculturazione

Roma, 8 dicembre 1854: Pio IX proclama che Virginem Mariam in primo instanti suae conceptionis […] ab omni originalis culpae labe praeservatam immunem. È il dogma dell’Immacolata Concezione. Lourdes, 25 marzo 1858: rispondendo alla giovane Bernardetta, la Madonna stessa dice di sé:  Que soy era Immaculada Councepciou. Dalle rive del Tevere a quelle del Gave, dalla solennità senza tempo della lingua latina alla vivacità popolana del dialetto occitano: ma, tanto sono distanti i modi espressivi, altrettanto è univoco il contenuto.

La meravigliosa avventura di Lourdes, che la liturgia ci propone proprio in questi giorni, ci dona – tra le altre mille ricchezze – un luminoso esempio di inculturazione. Maria non si limita a scendere dal cielo: scende anche nella povertà linguistica di questa adolescente che si trova a proprio agio solo con il dialetto locale, e si esprime nella sua stessa parlata. E questo è il primo volto dell’inculturazione: la libertà piena nell’utilizzo dei mezzi più opportuni per trasmettere il messaggio. Ma il contenuto delle parole della Vergine ne mostra l’altro volto: il rispetto per l’integrità del messaggio stesso. Una specie di movimento opposto: se prima è stata la Madonna ad abbassarsi, adesso deve essere Bernardetta ad elevarsi, accogliendo un concetto che la trascende.

È la stessa pedagogia delle apparizioni di Kibeho (Rwanda, 1981-82), dove Maria si presenta come Nyina wa Jambo, la Madre del Verbo. La lingua è del ceppo bantu, il concetto iniziale è quello più iconico dell’Africa: la maternità. Ma la precisazione «del Verbo», così lontana dalla tradizionale concretezza del linguaggio africano, è ancora una volta un invito ad elevare il proprio cuore verso la trascendenza: questo duplice movimento è un’immagine del nostro rapporto con Dio, che in Gesù si abbassa fino alla nostra condizione umana: ma non per lasciarci dove siamo, bensì per divinizzarci e renderci simili a Lui.

Altro continente, altra lezione: Messico, 1531. Sulla povera tilma (mantello) dell’indio Juan Diego, dispiegata davanti al vescovo locale, appare l’immagine della Madonna: un’immagine che dopo quasi mezzo millennio non ha finito di stupirci e di rivelarci sempre nuovi segreti, e che non a caso è definita la Sindone azteca. Impossibile sintetizzare in poche righe la ricchezza del messaggio guadalupano, straordinaria icona di inculturazione. L’immagine fa suoi numerosi elementi della tradizione locale: il nastro viola annodato in cintura, che nel mondo azteco segnalava lo stato di gravidanza; i colori del mantello della Vergine, che riprendono quelli associati alle divinità locali; la presenza della luna, caro all’iconografia cattolica mariana, ma anche simbolo pressoché universale di femminilità; la disposizione delle stelle sul manto, che coincide con quella che esse avevano sopra il cielo messicano in dicembre, mese dell’apparizione. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ai lettori il piacere della scoperta. Noi lo concludiamo sottolineando un ultimo particolare. Qual è la natura dei colori che costituiscono l’immagine? Da tempo si è accertato che non è di origine minerale, né vegetale né animale. Uno studio effettuato con il laser ha risolto – o piuttosto ha reso ancor più misterioso – il quesito: i colori in realtà sono come in sospensione e «fluttuano» sul tessuto di fibra d’agave di cui è fatta la tilma di Juan Diego. Tilma che a sua volta dovrebbe essersi dissolta da secoli, data la estrema deperibilità della fibra: e che invece rimane ostinatamente intatta.

Dunque, un «manufatto» divino, che non teme di sposare un poverissimo manufatto umano, e che nulla perde della propria nobiltà in queste nozze, ma al contrario eleva il mantello imprimendogli la propria bellezza e liberandolo dalla corruzione e dalle ingiurie del tempo. Ancora una volta  il cielo si abbassa sulla terra per innalzarla fino a sé. Come non vedere in tutto questo una delle infinite, scintillanti sfaccettature di quel diamante che è l’Incarnazione?