Luigi, Antonio, Domenico, Filippo… Santi del giglio, Santi del cuore

Erano i primi anni settanta. Forse. Erano comunque gli anni del post sessantotto. Il sacerdote che curava la rubrica radiofonica Ascolta, si fa sera pensò di dedicare alcune puntate a quelli che chiamava i santi del giglio, cioè quei santi in cui la virtù della castità aveva brillato con particolare evidenza e bellezza, tanto che l’iconografia popolare amava rappresentarli con accanto un giglio. In un periodo in cui i testimoni (sulla parola santi gravava una sorta di embargo) dovevano essere obbligatoriamente scomodi e possibilmente del nostro tempo, ci voleva un bel coraggio per proporre queste figure che affioravano dai vecchi santini con gli occhi estatici rivolti al cielo e con tanto di stelo fiorito tra le mani. Ma il responsabile della rubrica non si curò del possibile dileggio, e – con intelligenza e sensibilità – offrì agli ascoltatori una bella antologia in cui il santo del giglio veniva tratteggiato negli aspetti più gioiosi e accattivanti della sua personalità.

Sulla falsariga di quella rubrica oggi vogliamo fare un breve viaggio fra questi santi e scoprirne l’umanità. La prima tappa è scontata: San Luigi Gonzaga, che festeggeremo proprio in questa settimana. Talmente santo del giglio che, pure chi è digiuno di agiografia, quando vede un ragazzo serio e composto dice che sembra un San Luigi. Lo sguardo sempre rivolto alle cose del Cielo aveva dato a Luigi una specie di levità interiore, quella levità che gli fece dire che nell’ipotesi della fine del mondo imminente, avrebbe continuato a giocare. E la stessa levità, pari alla serietà del suo impegno concreto, gli fece sembrare naturale e semplice soccorrere un appestato caricandoselo sulle spalle. E gli fece trovare naturale e semplice la morte che lo colse, 23enne, in seguito al contagio. Altro giglio gettonatissimo, quello di Sant’Antonio di Padova, giglio che insieme con Gesù Bambino è il suo segno di riconoscimento. Giovane religioso di vastissima cultura, ebbe il dono di rendere accessibili al popolo le verità più ardue delle fede; e il popolo ricambiava con quello stesso affetto del quale lo circonda ancora oggi: sappiamo bene che per molti il Santo (a Padova lo chiamano semplicemente così) costituisce l’unico, tenue lucignolo fumigante che in qualche modo tiene vivo nel cuore il soprannaturale.

C’è poi il giglio che non ti aspetti: è quello che appare nell’iconografia di San Filippo Neri, il fiorentino che dalla purezza dei costumi attinse quella libertà festosa che diede un tratto unico alla sua personalità; una volta trapiantato a Roma, fu per tutti Pippo bono. Un soprannome che lo fotografa, in quel Pippo che ispira confidenza, in quel bono che manifesta il suo grande cuore.

Giglio anche per il coltissimo San Domenico, costantemente immerso in Dio ma – proprio perché immerso in Dio – capace di gesti di semplice e serena umanità: come quello di regalare ad ogni monaca di un convento amico, al ritorno da un viaggio, un bel cucchiaio di legno (per quell’epoca, un piccolo lusso!), o l’abitudine di festeggiare una predicazione andata a buon fine con un bicchiere di buon vino in compagnia dei confratelli.

Anche il Carmelo ha il suo santo del giglio: Sant’Alberto da Trapani (1240-1307), che la liturgia dell’Ordine chiamava norma puritatis. Come a dire: se vuoi sapere che cos’è la purezza, guarda a lui. Oltre ad essere puro, Alberto era amabile e gran taumaturgo. Il risultato? La gente – come si chiederebbe un favore qualunque – gli andava a commissionare i miracoli, che il santo frate puntualmente otteneva dalla bontà divina. Perché lo sguardo fisso al cielo non diventa indifferente alla terra: al contrario, si impregna dello stesso sguardo di Dio e con questo sguardo si posa sulle sofferenze e sulle necessità del mondo.

E San Giuseppe? L’abbiamo tenuto per ultimo, come il capostipite e il modello dei santi del giglio. Ma lui non ha bisogno di tenere gli occhi rivolti al cielo: perché il Cielo è lì che riposa fiducioso tra le sue braccia.