L’Ospite della Domenica delle Palme: un’antica tradizione carmelitana

Tanti osanna e neppure un invito a pranzo. Di chi è questa «esegesi» dell’odierno episodio evangelico, così femminilmente concreta, con la sua attenzione al particolare, la sollecitudine premurosa, nonché l’immancabile preoccupazione per il cibo? Di Santa Teresa d’Avila, che non a caso fu definita – dopo la Vergine Maria, beninteso – la più donna fra le sante. Leggendo il racconto di Matteo, la mistica spagnola notò che la sera della trionfale entrata in Gerusalemme Gesù uscì fuori dalla città, verso Betania, e là trascorse la notte (21, 17). Questo particolare fece pensare alla Santa che gli abitanti di Gerusalemme fossero stati senza cuore, quando, dopo averlo accolto con tanto trionfo, lasciarono che andasse a mangiare lontano. E così, con piena identificazione fra il Gesù della storia e quello della gloria – identificazione tipica della sua spiritualità – Teresa riviveva la giornata della Palme insieme con il Signore, preparandosi con ogni cura alla comunione e cercando di «rimediare» alla trascuratezza della folla: Facevo conto di trattenerlo con me, benché non gli apprestassi che un alloggio assai misero, come ora mi accorgo, e mi abbandonavo ad alcune ingenue considerazioni che il Signore doveva gradire. Ritardava di proposito il pranzo per sperimentare qualcosa della fame che secondo lei doveva aver sofferto il Signore e, per dare ulteriore concretezza ai suoi gesti, non mancava di dividere il suo pasto con uno dei tanti poveri che bussavano alle porte dei monasteri. Questa tenera e femminile «liturgia» si era protratta per oltre un trentennio, quando – era la Domenica delle Palme del 1572 – il Signore stesso le apparve al momento della comunione immergendola misticamente nel suo Sangue e inondandola di una gioia inesprimibile: Vedi dunque  – le disse – che ti pago bene il banchetto che oggi mi prepari. Intrecciata di tenerezza spicciola e di sublimità divina, questa «grazia delle Palme» è un episodio caro e familiare al mondo carmelitano, caro e ancora vivo. Per esempio, in un convento italiano i nostri Padri organizzano, invitando anche dei laici, la «cena di Betania», dove il pezzo forte del menu è costituito non da una portata prelibata, ma da un intrattenimento spirituale scritto appositamente per l’occasione. Quanto ai monasteri di clausura, la rievocazione è così sentita da poter essere considerata una sorta di «sacramentale» in cui è percepita una Presenza viva, accompagnata da una grazia particolare. E così la stessa amorosa inventiva che animava la Santa, nel corso dei secoli ha suggerito alle Carmelitane Scalze un delicato rituale al quale si potrebbero applicare le parole stesse citate poco sopra: ingenue considerazioni che il Signore doveva gradire. Oggi, con un gesto che si ripete – con le mille varianti suggerite dalla fantasia – in centinaia di altri carmeli, allestiamo in refettorio un posto d’onore, con addobbi e fiori: è il posto riservato a Gesù, di solito rappresentato da una statua. Durante il pranzo, utilizzando il vasellame più bello reperito nella casa, serviamo le varie portate all’Ospite, come in questo giorno viene definito Gesù. Scomparsi ormai i poveri che chiedevano una ciotola di cibo, in alcuni monasteri le portate, alla fine del pranzo, vengono sorteggiate fra le monache, che le consumeranno quasi come dono ad personam del Signore. Tutto si svolge in un clima suggestivo, con una percezione gioiosa e rispettosa della presenza divina al nostro fianco: diciamo che in questa domenica segni e gesti evidenziano quella che dovrebbe essere la condizione normale della nostra vita monastica. Anzi, della vita di ogni cristiano.

Anni fa, mentre stavamo per terminare il pranzo delle Palme, un povero in carne ed ossa suonò al nostro monastero. Per lui, niente ciotola fumante come ai tempi di Santa Teresa, ma un bel rifornimento di scatolame assortito. Per noi, lo stupore quasi incredulo di fronte a un Dio che sa stare al gioco.