Lo spazio che diamo a Dio si può misurare in metri? Quasi quasi…

Un anno fa riflettevamo sulla marianità del Medioevo, vistosamente espressa nello splendido fiorire delle cattedrali: era un omaggio a Notre Dame, che proprio in quel periodo aveva patito il terribile incendio che tutti ricordiamo. Oggi, ancora Notre Dame, come si staglia nei ricordi di viaggio di una nostra consorella che la visitò negli anni ‘80. E che subito dopo prese il métro per visitare, qualche chilometro più in là, il quartiere della Défense: un atterraggio su un altro pianeta. Ma torniamo a Notre Dame che, come è noto, domina l’Ile de la Cité, isolata dalla Senna ma anche collegata da un’infinità di ponti: come Dio, trascendente e insieme raggiungibile. La sua costruzione iniziò nel 1163 e, come per ogni cattedrale, è un intreccio meraviglioso di profondità teologica e miracolosa abilità artigianale: il tutto in una coralità di intenti che ancora ci commuove. Sì, perché la cattedrale era da subito percepita come dimora di Dio e insieme come casa comune di un popolo credente e orante. Dunque, bella e grande. L’architetto che, in continuo dialogo con i teologi, dirigeva i lavori – e che sapeva in partenza che non sarebbe arrivato a vederne il termine – non pretendeva neppure di lasciare ai posteri il suo nome, mentre il popolo semplice e incolto di buon grado metteva a disposizione quello che aveva: la forza delle braccia. Vabbè, quello che abbiamo dipinto sarà anche un quadro idilliaco: qualche litigio fra artisti e teologi ci sarà pure stato, qualche brontolìo dei manovali anche, così come l’immancabile la mia guglia è più bella della tua che, immaginiamo, avrà animato e surriscaldato i rapporti fra città vicine. Quello che invece non riusciamo a immaginare sono le rivendicazioni   secondo cui questi soldi si potevano dare ai poveri. Non le immaginiamo, e men che mai sulla bocca dei poveri che a quel tempo vivevano in miserrime casupole di legno e che nella immensa cattedrale vedevano non un’ingiustizia sociale, ma la casa di Dio e quindi la loro casa, che come madre amorosa vegliava su di loro. E anche una promessa di eternità: il povero, anche per via dei tempi biblici delle costruzioni, doveva fissare lo sguardo nel futuro; e nella sproporzione fra la povertà del suo tugurio e la grandiosità della cattedrale non incontrava un motivo di scandalo, ma di speranza.

Già, sproporzione. La nostra consorella la ritrovò qualche chilometro in là, nell’avveniristico quartiere della Défense, divenuto nel tempo un’icona di Parigi. Un agglomerato di grattacieli che gareggiano fra loro in eleganza e bellezza, quasi nascondendo lo sforzo costruttivo che devono avere richiesto. Tra questi giganti da vertigini c’era anche uno spazio per Dio? C’era, ma ci voleva solo un turista implacabile per trovarlo: una stanza per la preghiera a piano terra, che sembrava quasi chieder venia di essersi intrufolata fra tanti colossi. Una inversione di proporzioni: a far la parte della casupola era proprio la dimora di Dio, con la differenza che i giganti non avevano l’aria di proteggerla, ma di tollerarla. D’accordo, si possono fare tante considerazioni. Che era pur sempre meglio di niente; che comunque era un ambiente dignitoso; che il quartiere era nato da poco e che quella stanza poteva essere interlocutoria. Doveroso poi aggiungere che nel corso degli anni le cose sono cambiate e che all’esordio del millennio (gennaio 2001) è stato inaugurato un più ampio e articolato spazio – ma sempre molto piccolo rispetto al contesto urbano – definito Maison d’Eglise, con un’offerta straripante di servizi: conferenze, esposizioni, ristorazione, sensibilizzazione ecologica, caritativa, corsi e – last but not least – Santa Messa quotidiana e amministrazione dei sacramenti. Il tutto felicemente integrato con lo stile super metropolitano del quartiere. Insomma, la Chiesa da parte sua ce l’ha messa proprio tutta. Onore al merito. Ma quella inversione di proporzioni resta una fotografia impietosa dello spazio che la modernità concede a Dio.