L’infinito potere della Grazia: la storia di Maria Goretti e del suo assassino

Una donna modesta e dimessa, tutta avvolta nel suo scialle nero… Così una nostra consorella ricordava Assunta, la mamma di Santa Maria Goretti, che aveva avuto il privilegio di conoscere poco dopo la canonizzazione della figlia (1950). E aggiungeva che l’anziana donna, alla domanda sull’emozione più grande provata in quel frangente, rispondeva: Vedere il papa inginocchiarsi davanti a mia figlia; e che infine, malgrado tutti gli onori di cui indirettamente era stata oggetto, mamma Assunta concludeva con umanissima tristezza: Ma la mia Marietta non c’è più. Poche pennellate, che ci lasciano intravedere l’ambiente povero e umile dove una delle sante più popolari del nostro tempo consumò i suoi appena dodici anni di vita. Maria non è certo l’unica, nella storia dell’agiografia e in particolare di quella del ‘900, ad aver pagato con la vita il tesoro t della verginità. Ma è certo la più popolare, tanto che le sue compagne in martirio sono definite la Maria Goretti della Maremma o la Maria Goretti della Sardegna (o della Polonia, o della Romania, o della Slovacchia…): quasi che la piccola marchigiana trasferitasi nell’Agro Pontino fosse la martire della purezza per antonomasia. Più volte fu notato che dietro questa popolarità ci fu il battage pubblicitario dell’Azione Cattolica, che – avendo fiutato la rivoluzione dei costumi ormai alle porte – voleva offrire alle sue giovani iscritte un modello di riferimento. Verissimo, ma non sufficiente. Dietro la popolarità di Marietta – che la Liturgia ha ricordato proprio ieri – c’è il duplice miracolo della Grazia che si è presa la soddisfazione di lavorare, per così dire, in presa diretta. Su Maria, prima di tutto. La bambina frequentava sacramenti e catechismo, ma la povertà culturale dell’ambiente in cui viveva – e lo stesso analfabetismo che la limitava – in teoria avrebbero dovuto vanificare quei frammenti di istruzione religiosa che aveva ricevuto. Invece i pochi e semplici concetti che aveva appreso – peccato, perdono, inferno, paradiso – le furono sufficienti per arrivare alla gloria degli altari. La Grazia non ha bisogno di mezzi complicati. Quando trova un cuore aperto sa bene come fare il suo lavoro, quasi compiacendosi della sproporzione fra gli strumenti a disposizione e i risultati ottenuti. Ancora più clamorosa è la rivincita della Grazia sull’altro protagonista della vicenda, il giovane assassino Alessandro Serenelli. Il ragazzo – e forse qui sta un altro dei motivi della popolarità della Goretti – non era un bruto anonimo incontrato per caso, bensì un giovane che probabilmente nutriva un qualche sentimento di stima e affetto nei confronti della fanciulla e – cosa rara in quel contesto – sapeva leggere. Ma proprio l’abitudine viziosa, come si diceva un tempo, delle cattive letture, gli aveva avvelenato l’anima. E qui non si può fare a meno di riflettere sulla distruzione che la pornografia opera nei cuori. Non solo per le lenti deformanti che frappone fra i suoi consumatori e la verità, ma ancora di più perché, costituendo un peccato, paralizza l’anima e la rende schiava. I quattordici colpi di punteruolo inferti sull’inerme Maria ne furono la ben triste conseguenza. La Grazia, che in Maria aveva lavorato nella povertà degli strumenti, in Alessandro lavora nell’opposizione degli strumenti. La condanna a trent’anni di reclusione diventa il luogo di un mirabile percorso di redenzione che, incoraggiato dal perdono dato da Maria in punto di morte, lo porterà non solo al pentimento, ma alla scelta di una vita tutta consacrata al bene, nel ricordo sempre vivo della sua Marietta e nell’attesa di ritrovarla nell’eternità. Morirà quasi novantenne nel ‘70, ospite di un convento francescano dove svolgeva le mansioni di ortolano. Trentasei anni prima, dopo l’uscita dal carcere, si era recato a chiedere in ginocchio il perdono a mamma Assunta. Se ti ha perdonato mia figlia – rispose – ti perdono anch’io. Ancora un trionfo della Grazia, nell’umile donna dallo scialle nero.