La grandezza della Parola, la grandezza delle parole.

Tra i mille e mille attributi del Signore Gesù ci può stare anche questo: è tutto d’un pezzo. Non nel senso un po’ deteriore di rigidezza mentale, ma in quello – davvero sublime – di unità, armonia e coerenza totali, senza alcuna contraddizione. Di perfezione, insomma. In Lui ogni operazione riflette la pienezza della sua santità, così come i frammenti di uno specchio riflettono ciascuno la luce del sole. Potremmo dire che in ogni gesto di Gesù c’è tutto Dio. Se stende la mano per guarire un ammalato, in quella mano stesa confluiscono potenza e compassione, misericordia e signoria. Così come risulta carica di Dio ogni parola uscita dalla sua bocca, parola in cui – prendiamo a prestito da San Paolo – abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità. Parola che gli è talmente cara come mezzo espressivo da desiderare di essere definito, nel Prologo giovanneo, semplicemente il Verbo, ossia la Parola perfetta pronunciata ab aeterno dal Padre, in un silenzio stupito. E le parole del Verbo incarnato non possono che echeggiare la forza e la pienezza di tanto sublime generazione. Ciò premesso, è ovvio che, in questa prima domenica di Quaresima, il Demonio, che con Gesù tenta di manipolare la Parola con una intelligenza – è il caso di dirlo – davvero diabolica, alla fine abbia ben poche chances di successo. Anzi, proprio nessuna, perché Gesù, Parola fatta persona, gli oppone una logica (la stessa radice di Logos, il termine greco che sta per Verbum!) irresistibile e sostanziale, destinata ad essere firmata con il suo stesso Sangue.

Questa forza della Parola attraversa tutto il Vangelo e si affianca alla forza delle parole pronunciate dagli uomini e puntualmente sottolineate da Gesù. Gli esempi sovrabbondano. Alla cananea, che ha tirato in ballo l’argomento-cagnolini per farlo capitolare, Gesù dice che la figliola è guarita per questa tua parola, quasi mettendo in secondo piano la potenza divina rispetto alla potenza della fede della donna. Le parole del centurione – le stesse che ripetiamo nell’accostarci all’Eucaristia: Signore, non sono degno… – suscitano in Gesù profonda ammirazione, e quelle di Pietro sull’identità divina del Maestro hanno come risposta l’investitura a primo degli apostoli. Fino ad arrivare al vertice della parola di una creatura: quel fiat di Maria al quale Dio concesse il potere inaudito di mettere in moto il mistero dell’Incarnazione. Con un corollario che ha dell’incredibile: Dio, che con il suo fiat aveva creato l’universo, lascia che il fiat di una giovane vergine «crei» qualcosa di infinitamente più grande, e cioè l’Uomo-Dio.

Una volta contemplata l’indicibile altezza a cui può pervenire la nostra parola, dobbiamo anche considerare – con un po’ di confusione, speriamo! – lo spreco che siamo soliti fare di questo dono inaudito, dono che dovrebbe fare di ciascuno di noi una piccola replica del Verbo. Parole cattive, parole false, parole sporche, parole maliziose. Parole che rivelano la nostra malafede, e che ci attirano lo sdegno di Gesù: Dalle tue stesse parole io ti giudico, servo malvagio. Ma anche semplicemente parole oziose, inutili, banali: neppure con queste il Signore è troppo tenero, se ci avvisa che di ciascuna di esse dovremo rendere conto a Dio.

Il quale fin d’ora tiene conto delle nostre parole molto più di quanto pensiamo. Tommaso docet. Se non non metto il mio dito nel segno dei chiodi […] io non crederò, proclama con una frase che non fa troppo onore al suo status di apostolo ma lo fa sembrare piuttosto il classico scettico da bar. Ebbene, per quanto la frase abbia l’aria di essere pronunciata tanto per dire, Qualcuno l’ha appuntata, pronto per riprenderla e riproporla otto giorni dopo. Metti qui il tuo dito e non essere incredulo… Davvero vien da pensare che, tutto sommato, il Signore sia molto più attento alle nostre parole di quanto noi lo siamo alle sue. Perché – citando San Giovanni della Croce – a tanto arrivano l’umiltà e la dolcezza di Dio.