Le due Terese che illuminano il mese di ottobre

Non soltanto mese del rosario e mese delle missioni: per la famiglia carmelitana ottobre è anche il mese delle due Terese, la grande mistica spagnola che riformò il Carmelo (15 ottobre) e la piccola normanna che, magari con un po’ di enfasi, è stata definita la ragazza più amata del mondo (1 ottobre). Entrambe donne del loro tempo, entrambe donne per il loro tempo. Santa Teresa d’Avila ha assorbito quel senso dell’onore che era il respiro stesso della nobiltà dalla quale proveniva e quasi il fondamento dei rapporti sociali. Portata alle cose grandi, battagliera e insieme femminile, incrocio di pathos e di humor proprio come la letteratura del suo secolo – el siglo de oro – di cui è annoverata tra i protagonisti. Donna del suo secolo è anche la giovane Santa Teresa di Gesù Bambino: da un lato capta ancora le ultime onde del tetro giansenismo, e allo stesso tempo sente insinuarsi nel suo cuore e nella sua mente le fredde spire del positivismo, secondo il quale la scienza prima o poi sarebbe arrivata a dare una visione completa e organica dell’universo, in una negazione a oltranza del soprannaturale.

Donne del loro tempo, dicevamo, ma anche donne per il loro tempo. Perché attraverso di esse Dio suggerì la via per incanalare – o contrastare – le istanze dell’epoca. In Teresa d’Avila, quel puntillo de honor al quale per anni era stata tutt’altro che insensibile si trasformò gradualmente nella passione per l’onore di Dio: continuando a utilizzare il linguaggio del tempo – soldati e capitani, maestà e corte, nemici e battaglie – ella operò un processo di oblio di sé, che la condusse a accettare le offese senza perdere un goccio del suo abituale buonumore, e allo stesso tempo a patire e versare copiose lacrime quando vedeva Sua Maestà (come soleva chiamare Dio) dimenticata o offesa. Esattamente l’insegnamento che occorreva per la magniloquente società spagnola del secolo d’oro.

Anche Teresina, con un percorso più drammatico, sarà chiamata a dare una risposta: anzi, sarà ella stessa una risposta all’ateismo positivista del tardo ottocento. Dopo aver rintuzzato, mediante la sua dottrina sulla misericordia divina, gli ultimi assalti del giansenismo (del quale anche in monastero serpeggiavano qua e là alcune tracce), si trovò ad affrontare, in una drammatica battaglia tutta interiore, l’ateismo ostinato e anzi orgoglioso di essere tale. Non ignara dei movimenti di pensiero che agitavano la Francia fin de siècle, la giovane santa sperimentò nel suo cuore quel totale vuoto di Dio che i positivisti esaltavano come una conquista, ma che per lei – che a Dio aveva consacrato tutto – era una tragedia, era l’eterna notte del nulla. Moltiplicò gli atti di fede, vivendo in spirito di offerta il dubbio che le stava crescendo nel cuore, continuò ad incoraggiare le persone nella via dell’Amore, e tutto senza lasciar trapelare all’esterno alcun indizio di quanto stava passando nel suo spirito. Anche in questo caso, era ella stessa la risposta alle inquietudini del suo secolo.

Ma sarebbe ingiusto fissare per sempre  le due Terese sullo sfondo del loro tempo. I Santi sono i figli dell’Eternità e come tali trascendono il tempo. Lo attraversano quel tanto che occorre, ma senza farne la dimora. Il loro modello è Dio, non il secolo. E, attingendo esse alla stessa fonte, può anche succedere che attingano l’una al bagaglio dell’altra. Vediamo allora Teresina, in una versione totalmente inedita, che afferma di avere sempre vissuto con la spada in mano e di sentirsi l’anima del crociato. Sull’altro fronte Teresa d’Avila, malgrado la determinazione che tutti ammiravano in lei, dovette convivere con il continuo timore di operare secondo la propria volontà e non secondo quella di Dio. E comunque, sempre attingendo alla stessa fonte, sono entrambe maestre nel parlare delle misericordias Domini. Il tutto – differenze e somiglianze, certezze e ansie, timori e slanci – è stato sigillato con la loro proclamazione a Dottore della Chiesa.