L’amanuense santa che ci introduce nel mese del Sacro Cuore

Qual è l’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi (Purg. XI, 81)? È la miniatura, che in italiano prende il nome dal minio, un colorante, e in francese lo trae dal tardo latino luminare. Un’arte oggi – ingiustamente – catalogata come minore e decorativa, ma che nel Medioevo godeva di un prestigio enorme, con l’immancabile contorno di rivalità tra big, come ben si deduce dal contesto dantesco. E fa piacere scoprire che tra questi maestri della pergamena c’è anche una santa: Geltrude la Grande.

La sua vita si riassume in poche righe: collocata a cinque anni nel monastero cistercense di Helfta, in Germania, vi muore una quarantina di anni più tardi (1302), dopo aver patito lunghe e invalidanti infermità. Lascia numerosi scritti, nel cui immaginifico latino rifulgono le sue intense esperienze spirituali, ma anche la stupefacente cultura acquisita tra le mura del chiostro. Una informale ricerca sui vocaboli da lei più usati ci dice subito che Geltrude è la santa del cuore: del Cuore divino – tanto che può essere considerata l’antesignana di questa devozione così cara al popolo cristiano – e del cuore umano, che con il Cuore divino è chiamato a fondersi. Tradizione iconografica e liturgia sottoscrivono: la prima, raffigurando spesso la Santa che racchiude nel cuore un piccola immagine di Gesù Bambino, la seconda, proclamando nell’Oremus della sua memoria (16 novembre) che Dio si è preparato una degna dimora nel cuore di Santa Geltrude. Un’espressione che, considerata la consueta sobrietà dei testi liturgici, costituisce uno «sbilanciamento» non da poco. D’altronde è la stessa Geltrude a metterci sulla traiettoria, allorché ci racconta che il Signore depositò il suo Cuore divino in quello della Santa fin tanto che tu desiarai di conservarlo, come si legge in un’antica traduzione (1589) dei suoi scritti. Una veloce digressione sulla natura di questa e delle altre visioni che affollano ogni pagina dei suoi scritti. Furono visioni nel senso tradizionale che diamo al termine? Più probabilmente furono quelle che Santa Teresa di Gesù, considerandole molto più preziose e sicure, definisce visioni intellettuali: vale a dire verità e intuizioni che Dio imprime nell’anima, la quale poi cerca di spiegarle con i mezzi linguistici e le categorie di pensiero che ha a disposizione. Il fatto che Geltrude godesse di queste visioni per lo più durante l’officiatura delle Ore Liturgiche (nelle quali brillava per il suo splendido canto) ci sembra una conferma di questa loro particolare natura. E ci sembra anche una bella lezione sul rapporto stretto fra preghiera liturgica ed esperienza mistica, che vanno d’amore e d’accordo e anzi si confermano e si rafforzano a vicenda.

Torniamo alla nostra Geltrude, che con deliziosa libertà di linguaggio, ci racconta che Gesù le appare tramortito d’amore nel momento della Comunione, oppure che si compiace di vezzeggiare un’anima, come uno farebbe con suo canetto, cioè con il suo cagnolino. Ci comunica il suo stupore nel vedere che il Signore stando presente come il servo al padrone è accanto a noi per supplire alle mancanze dovute alla naturale fragilità umana: purché, beninteso, ci sia da parte nostra almeno il desiderio di fare del nostro meglio. Ancora: paragona il Cuore di Gesù a una citara, le cui corde risuonano mirabilmente ogni volta che sono toccate dalla nostra lode; mentre l’offerta a Gesù del proprio cuore è da Lui percepita come un soavissimo rilevamento per le sue sofferenze di crocifisso, e un cuore unito a quello di Dio si trasforma in un canale capace di irrigare l’umanità. Esagerazioni? No, sarebbe semplicemente la santità alla quale tutti siamo chiamati. Sono le stesse considerazioni che, sia pur in altra epoca e con altro linguaggio, ritroviamo in Santa Teresa d’Avila, altra grande innamorata dell’Umanità di Gesù. E non a caso Santa Geltrude è chiamata la Teresa di Germania: un paragone che onora tutte e due.