La porta della scuola e la sua «spiritualità» così dimessa e preziosa

Nel suo geniale «commento teologico alle avventure di Pinocchio» (Contro Mastro Ciliegia, Jaca Book 1977), il compianto cardinale Giacomo Biffi ci fa intendere che tutte le mirabolanti avventure e disavventure del burattino gli sarebbero state risparmiate se solo avesse fin dall’inizio imbroccato la porta della scuola; e che questa porta non era certo irraggiungibile: due passi da casa.

Eppure il tragitto si complicò oltre ogni dire, fino a diventare lungo quanto il libro. Anzi, si può affermare che Le avventure di Pinocchio è la storia di un infinito girovagare che avrà termine solo quando il burattino raggiungerà non la meta più lontana, ma quella più vicina. Fino a quando cioè – novello figliol prodigo – deciderà di rientrare in se stesso. E il rientro sarà ratificato e reso credibile proprio dall’impegno che il burattino profonderà esercitandosi a leggere e scrivere: appunto, il dovere «classico» di ogni ragazzo. Ma prima avrà sperimentato il soggiorno nel ventre del pescecane, il rischio di finire in padella, la trasformazione in asino e quant’altro mai. Ha affrontato di tutto pur di non chinarsi su un libro.

Ma che cos’ha di così respingente questa porta della scuola? Per esempio, non è soggetto da selfie e non promette emozioni da condividere su Facebook. Promette più facilmente trantran e fatica, e neppure ti lascia la soddisfazione di aver fatto qualcosa di unico, visto che a varcarla sono in tanti. Insomma, agli occhi di Pinocchio la porta della scuola ha tutto il grigiore del dovere ordinario.

 

E se la guardassimo con gli occhi di Dio? La porta della scuola ci apparirebbe in ben altra luce, con la bellezza solida dei disegni divini sul mondo e sull’uomo. Può essere che a qualcuno sia richiesto di percorrere una via spettacolare: ma la via comune è quella delle cose normali, fatte – è il caso di dirlo – come Dio comanda. Di questa dimessa spiritualità dell’ordinario emerge, per prima cosa, la valenza sociale: basti pensare al fervore sereno e composto che Pinocchio trova nel paese delle api industriose. Tuttavia l’ordinario non esclude dal proprio orizzonte l’eroico, anzi, lo integra: quante volte abbiamo sentito carabinieri o vigili del fuoco, intervistati dopo un salvataggio eccezionale, rispondere semplicemente: «Dovere…»!

Se questa preziosa ricaduta sociale è la dimensione orizzontale della porta della scuola, esiste anche una dimensione verticale che di solito ci sfugge e che invece ci lascerebbe stupefatti. Entrando nella scuola, cioè nella via del dovere, si entra nel disegno di Dio e lo si «aiuta» non tanto per quello che si fa, ma per il fatto stesso di essere docili al suo progetto: una matita nelle sue mani, come amava dire Madre Teresa di Calcutta. Poco importa che ci sia chiesto di avvitare bulloni o progettare astronavi. Quello che importa è l’inserimento armonioso nel grande disegno di Dio, al quale il più modesto dei gesti, una volta entrato in una dinamica soprannaturale, può contribuire oltre ogni aspettativa.

Viene alla mente il breve apologo della tessera di mosaico che, stanca di essere sempre allo stesso posto e sentendosi spersonalizzata in mezzo alle altre mille e mille tessere che la circondano, decide di andarsene. Ma quale è la sua triste sorpresa quando, una volta sul pavimento, scopre di essere – o piuttosto di essere stata – la pupilla del volto raffigurato e di averlo totalmente «spento» con la sua dissennata fuga… Oppure rivediamo il siro Naaman (2 Re 5, 11-14) che si sdegna perché Eliseo gli suggerisce di immergersi nel Giordano per guarire e non riesce ad ammettere che una questione così grave come la lebbra possa essere risolta da un mezzo così banale come l’acqua di un fiume. Ma Dio è semplice, e si compiace nel vederci praticare la via della semplicità, quella che Egli stesso mette a due passi da casa nostra. Quella che i nostri ragazzi imbroccheranno – con passione e gratitudine, speriamo! – in questo mese di settembre. Buona porta della scuola!