La Candelora, crocevia di cose nuove e cose antiche

Quando, nella celebrazione eucaristica del 2 febbraio, portiamo in processione la piccola candela benedetta, compiamo un gesto che ci appare carico di suggestione. Suggestione che sentiremmo ancora più intensa se pensassimo che la nostra processione si accoda idealmente a quella, lunghissima, formata dai nostri fratelli nella fede che, a partire dal quinto secolo dell’era cristiana, hanno fatto altrettanto. La luce del giorno ancora incerta, le fiammelle delle candele appena benedette, il percorso ritmato dal canto… i gesti sono gli stessi. E se spingiamo oltre lo sguardo, «vediamo» un’altra  processione, quella formata da generazioni e generazioni di antichi abitanti dell’Italia che, da tempo immemorabile, proprio agli inizi di febbraio, festeggiavano con fiaccolate la dea pagana Giunone, in un periodo che vedeva il sole prendere sempre più vigore ma che ancora non «garantiva» la fine dell’inverno. Da qui l’esigenza di ringraziare la dea nella sua versione di Sospita (salvatrice), ma anche – non si sa mai – di tenerla buona con sacrifici e offerte. Una festa della luce, insomma, che preparava il terreno alla festa della Luce per eccellenza.

Il progetto di Dio infatti non disdegna di incrociare le tradizioni pagane: per sovrapporsi ad esse e consegnarle così all’oblio? Sì, talvolta, ma non necessariamente. Più spesso succede che la novità cristiana si inserisca in una ricorrenza pagana e non solo per ragioni di «opportunità stagionale», ma con lo scopo – ben più profondo – di mostrare come le attese di salvezza scritte nel cuore dell’uomo e manifestate, magari anche rozzamente, dalle feste pagane, vengano assunte e realizzate, al di là di ogni speranza, dall’evento cristiano. Il 25 dicembre il mondo pagano festeggiava il Sol Invictus? E l’Eterno Padre invia sulla terra il Figlio, Sole vittorioso su ogni possibile tenebra.

In questo gioco di corrispondenze, la nostra Candelora – è il caso di dirlo – brilla di luce speciale. Per esempio, nel mondo pagano l’uscita dall’inverno rappresentava anche un tempo di purificazione, con i suoi complessi rituali (di cui troviamo traccia nelle pulizie pasquali e nelle diete di primavera…); e nella Candelora si ricorda non solo la Presentazione di Gesù ma anche la Purificazione di Maria: un semplice rito che consisteva nell’offerta – quaranta giorni dopo il parto – di un agnello o, per le famiglie povere, di una coppia di colombi o di tortore. In tempi recenti però la liturgia ha messo l’accento piuttosto sulla Presentazione di Gesù: da qui maturò la decisione di San Giovanni Paolo II (1997) di fare del 2 febbraio la Giornata Mondiale della Vita Consacrata e di coloro che si presentano a Dio per consegnarsi totalmente a Lui. Nelle diocesi sono fiorite liturgie cariche di suggestione, con i consacrati che si portano in cattedrale con le candele accese e, nel chiaroscuro del crepuscolo, ci ricordano quella fede nell’eterno che deve illuminare il nostro pellegrinaggio.

E a proposito di candele, un particolare «liturgico» che forse molti ignorano. La candela posta davanti a un simulacro – ci riferiamo ad epoche pagane – voleva essere un sostitutivo della persona che ve la faceva collocare: l’orante se ne andava per i suoi affari, lasciando che la candela lo rappresentasse davanti alla divinità. E la candela, almeno a livello simbolico, adempiva bene il suo ufficio: la sua forma verticale richiama vagamente la figura umana (ma a volte la candela era modellata come una vera e propria statuetta!), dove la cera rappresenta il corpo, lo stoppino l’anima e la fiammella il soffio vitale che congiunge anima e corpo. Nessuna meraviglia se l’uso della candela è stato assunto dai cristiani: che quasi certamente ignorano tutto questo simbolismo ma che in fondo in fondo se ne escono di chiesa con la persuasione – magari inconsapevole – di essere come sostituiti dalla candela al cospetto di Dio. Ma se qualche volta, al contrario, volessero sostituirsi alla candela, forse che Dio non gradirebbe?