Il recapito misterioso della felicità

«Mamma, ti ho chiamata perché voglio che tu ti inginocchi per ringraziare Dio di tutto quello che mi ha dato…». Chi dice queste parole non è una ragazza sana e forte, reduce da un successo scolastico o sportivo. È una giovane ventisettenne che sta per varcare le soglie della morte, dopo che una malattia l’ha resa sorda, cieca e immobile: una situazione così spaventosa che ci riesce persino difficile immaginarla. E proprio lei è il commento più inoppugnabile e perfino sconcertante alla pagina delle beatitudini, che la liturgia ci propone in questa domenica di febbraio.

Benedetta Bianchi Porro nasce in Romagna nel 1936; la salute malferma e gli esiti di una poliomielite la costringono ad alcuni supporti ortopedici, ma il suo carattere equilibrato l’aiuta ad accettarsi con pace, anche se non mancano momenti di avvilimento. La sua vivacità intellettuale è fuori dal comune: è una divoratrice di libri sensibile e competente, e a scuola brucia le tappe: a soli diciassette anni è iscritta a medicina. Nel frattempo si accorge che il suo udito si va appannando, senza un’apparente ragione. I medici consultati danno pareri discordanti, che in comune hanno solo una cosa: sono tutti errati. Qualcuno arriva ad ipotizzare una forma nervosa, mettendo in dubbio l’equilibrio mentale della ragazza. Alla fine la diagnosi esatta arriva proprio da lei, la giovane studentessa, ed è una diagnosi terribile: morbo di Recklinghausen, una patologia che attacca e «spegne» i centri nevosi, con devastanti conseguenze sulla qualità della vita. Benedetta, pur sapendo ciò che l’attende, continua i suoi studi universitari, inframezzati da infiniti ed infelici interventi chirurgici, fino a quando, ormai prossima alla laurea, si vede costretta a gettare la spugna. Le difficoltà di movimento sfociano nella paralisi completa, alla quale fa seguito la cecità. L’intelligenza resta lucidissima; ma per il resto, tutto ciò che le rimane sono la voce, e la sensibilità sul palmo della destra che, grazie a gesti convenzionali, le consente di «ascoltare» quanto le viene detto. In parallelo a questo percorso di distruzione fisica – che conosce anche ore di comprensibile angoscia – la fede di Benedetta, già salda fin dall’infanzia, cresce e fiorisce fino a condurla nelle vie della mistica. Nella mia inutile solitudine – afferma – Dio non mi lascia mai sola. È sempre così dolcemente con noi […] e se sapremo vivere tutti gli attimi con Lui, tutto sarà incantevolmente stupendo. Suo modello è la Madonna: Prego molto la Madonna. Lei conosce cosa sia soffrire in silenzio… Nelle prove mi raccomando alla Madre che ha vissuto prove e durezze le più forti, perché riesca a scuotermi e a generare dentro il mio cuore il suo figlio così vivo e vero come lo è stato per Lei.

Questa luce in cui Benedetta è immersa non può restare nascosta. Riceve lettere su lettere, delle quali si preoccupa fino alla vigilia della morte. La sua stanza di Sirmione (dove la famiglia da tempo si era trasferita) diventa sempre di più un centro di irradiazione e un cenacolo di spiritualità: una stanza dove si realizza quel sogno missionario che Benedetta aveva accarezzato. Moltissimi giovani la vanno a trovare, e con stupore devono constatare che la felicità ha un recapito misterioso, e la si può incontrare dove meno lo si aspetta. La compassione – che per qualcuno era stato l’input iniziale di quelle visite – lascia il posto alla passione per le sue conversazioni impastate di cielo, di verità, di carità. Tutti escono da quella stanza arricchiti e illuminati sulla radice vera – e unica – della felicità: Ho trovato che Dio esiste – afferma Benedetta – ed è amore, fedeltà, gioia, certezza, fino alla consumazione dei secoli.

Il 14 settembre di questo 2019 Benedetta sarà proclamata Beata nella cattedrale di Forlì. Più che una proclamazione, verrebbe da dire, sarà una ratifica. Perché lei, Benedetta, secondo i parametri del vangelo odierno, beata la era già. Fin dalle sue interminabili giornate di buio e di silenzio.