Il Profeta Elia: un «fondatore» di tremila anni fa.

E’ offuscata da stelle di prima grandezza quali la Pietà di Michelangelo o l’altare del Bernini; eppure da sola meriterebbe la visita alla Basilica di San Pietro, se non altro per il concentrato di santità che ci presenta. Stiamo parlando della cosiddetta serie dei fondatori: una quarantina di statue che si affacciano da altrettante nicchie e che raffigurano gli iniziatori delle più note famiglie religiose della Chiesa. Arrivati alla nicchia riservata ai Carmelitani, ecco la sorpresa: il profeta Elia. Vale a dire, un «fondatore» vissuto quasi tre millenni or sono. Fu Papa Benedetto XIII che agli inizi del ’700 caldeggiò questa scelta davvero originale, ratificando un’antica tradizione carmelitana, ma anche affrontando non poche resistenze e sfidando la «scientificità» che le ricerche storiche ormai esigevano. Ma Benedetto sapeva bene che a Dio – per il quale il tempo è un unicum sempre presente ai suoi occhi – nessuno poteva impedire di riversare nel cuore di Elia un anticipo del carisma carmelitano  in quel gusto per l’amicizia con Dio che è caratteristico dell’Ordine.

Un poco di storia. Il passaggio dal X al IX secolo a.C. segnò un momento di gravissima decadenza per Israele – attirato da culti paganeggianti – e per i popoli circostanti, che sembravano passare di abominio in abominio. A mali estremi, estremi rimedi. Il Signore suscitò un profeta esagerato: Elia, appunto. La sua vita ascetica e solitaria sul Monte Carmelo (non per niente il Battista sarà da alcuni creduto un Elia redivivo), i gesti clamorosi, la fede che strappa i miracoli: ossia quello che occorreva per scuotere i suoi intorpiditi contemporanei. Certo, i suoi metodi pastorali non erano dei più concilianti: alla povera vedova che aveva solo un po’ di farina, chiese che preparasse una focaccia per sé; di fronte alle malefatte del suo popolo, pregò intensamente che non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi (Gc 5, 17);  per non parlare della sorte riservata ai profeti di Baal. Oggi un personaggio del genere verrebbe tenuto accuratamente alla larga da consigli pastorali e convegni. Ma davanti ai frutti non c’è che da inchinarsi: la vedova vide che la farina e l’olio non diminuirono per giorni e giorni, fino alla fine della carestia; il cielo, dopo il tempo fissato, ritornò benevolo; e il popolo, di fronte alla grande sfida con i profeti di Baal, riconobbe finalmente che il Signore è Dio (1 Re 18, 39). Tre a zero per Elia. Però è anche vero che la vita di questo infuocato profeta non fu solo una serie di successi da superman. Per esempio, lo troviamo inaspettatamente timoroso e fuggiasco di fronte alle minacce della terribile regina Gezabele; così come, nell’apostasia generale, lo vediamo oppresso dalla più totale solitudine, e avvilito fino a supplicare da Dio la morte, e infine lo scopriamo affettuosamente paterno e comprensivo con i discepoli che sempre più numerosi cominciarono a raccogliersi intorno a lui. E a proposito di discepoli…

A partire da Eliseo, il discepolo prediletto al quale Elia lasciò in dono – reale e simbolico – il proprio mantello, il Monte Carmelo si popolò di eremiti ed asceti che vivevano nello stile del grande profeta di fuoco. Come abbiamo già accennato la scorsa domenica, il Carmelo prese allora la connotazione di monte della preghiera, e non l’avrebbe più perduta. Quando poi nel secolo XIII gli asceti che popolavano il monte assunsero una struttura giuridica e divennero l’Ordine dei Carmelitani, trovarono ovvio sentirsi figli di Elia e considerarlo come loro fondatore, o per lo meno come loro ispiratore. Un’eredità viva ancora adesso: il suo programma di vita – Ardo di zelo per il Signore – è tuttora il motto del nostro Ordine; nelle nostre comunità continuiamo a chiamarlo familiarmente il nostro Santo Padre Elia; e non c’è carmelitano che non sappia per filo e per segno le sue avventurose vicissitudini. E la sua festa? L’abbiamo celebrata, con il fervore e l’affetto di sempre, proprio ieri, 20 luglio.