Il privilegio inaudito di essere sempre con il Padre

Decisamente il figlio maggiore – quello non prodigo, cioè – non gode di buona stampa, e c’è da scommettere che ancora una volta uscirà bastonato a dovere dalle omelie di questa quarta domenica di Quaresima. Duro di cuore, incapace di perdono, convinto di essere giusto, sprezzante con il fratello minore. Tutti d’accordo. Ma il Padre, che è il vero protagonista della parabola, ha uno sguardo diverso. Come ha aperto le braccia al figlio scialacquatore, così apre il cuore a quello ostinato; e anzi gli regala una delle frasi più belle del Vangelo: Figlio, tu sei sempre con me e tutto quello che è mio è tuo. Una perla scintillante, che facilmente lasciamo scivolare via, presi come siamo dall’avvincente andamento del racconto. Non la lasciò scivolare invece Santa Teresina che, da ricercatrice instancabile di Dio quale era, amava spremere quanto più poteva i (pochi, secondo il costume dell’epoca) brani scritturistici che aveva a disposizione. Interpretando la giustizia divina con un’ottica inconsueta, scrive: Che dolce gioia pensare che il Buon Dio è Giusto, cioè che tiene conto delle nostre debolezze, che conosce perfettamente la fragilità della nostra natura. Di cosa dunque avrei paura? Ah! il Dio infinitamente giusto che si degnò di perdonare con tanta bontà tutte le colpe del figliol prodigo, non deve forse essere Giusto anche verso di me che «sono sempre con Lui»?

Essere sempre con il Padre: un privilegio inaudito che difficilmente percepiamo come tale. Anzi, poco ci manca che annotiamo nel conto di Dio quello che invece è un dono infinito che Egli ci fa. Cecità? Ingratitudine? Arroganza? O forse, più semplicemente, si tratta della triste capacità che hanno gli uomini di svalutare quel che abbonda. Ab assuetis non fit passio: siamo così assuefatti alla figliolanza divina, così sommersi dagli strumenti della grazia, così abituati a ripetere che Dio ci ama, che facciamo fatica ad appassionarci a queste verità sublimi, e piuttosto discutiamo sul vitello messo ad arrostire e sul mancato dono del capretto. Una salutare scossa può venirci allora da queste parole infuocate di San Giovanni della Croce, che dopo una vita trascorsa nella contemplazione di Dio, ancora non si è «abituato» al privilegio di appartenergli:  Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro il tuo cuore? Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli angeli sono miei e mia è la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me. Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia? Tutto ciò è tuo e tutto per te… Chissà se siamo davvero convinti di possedere tutte queste ricchezze. Forse ci fermiamo al fatto di non poterne sempre usufruire a piacimento, senza pensare che invece le possediamo in modo sostanziale, perché le possediamo in Dio. E se abbiamo ancora voglia di puntualizzare su vitelli e capretti, ascoltiamo lo stesso santo che così prosegue: Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo. Esci fuori e vai superba della tua gloria. Nasconditi in essa, e gustala, e otterrai quanto chiede il tuo cuore.

E infine, che dire di questo Padre – il vero prodigo della parabola!– che dona senza misura, incominciando da Se stesso? Non sembra avere troppe soddisfazioni dai figli, commenterebbero i vicini di casa: prima il minore che lo pianta in asso e gli sperpera i beni, poi il maggiore che gli mette il muso e si rifiuta di partecipare ai sentimenti del suo cuore, e poi tutti noi, che – secondo le circostanze – ci arruoliamo ora nella prima, ora nella seconda categoria. Meno male che questo Padre ha anche un Figlio, almeno uno, che lo serve dall’eternità e anziché presentargli il conto, partecipa ai suoi desideri e gli va a cercare i fratelli perduti, costi quel che costi. Un Figlio nel quale il suo cuore di Padre può rispecchiarsi, riconoscersi e riposarsi.