Il dogma dell’Incarnazione e i suoi luminosi corollari

Una rapida occhiata al calendario, e già l’Incarnazione ci offre uno spunto di contemplazione: le date. Oltre al «canonico» intervallo di nove mesi che separa l’Annunciazione dal Natale e che ci fa percepire, con il suo tempo reale, quanto il Verbo si sia adeguato ai nostri ritmi e alla nostra natura, spicca il significato dei momenti scelti dalla Sapienza Divina. Il Natale si colloca subito dopo il solstizio d’inverno, quando le giornate cominciano ad allungarsi e il sole riprende la sua marcia trionfale sull’oscurità: proprio come Gesù, Luce delle genti, che squarcia le tenebre e illumina le menti. L’Annunciazione, almeno nel nostro emisfero, cade all’inizio della primavera: la stagione alla quale è associata la rinascita del mondo. Oltre che – un tempo – la stagione dei progetti matrimoniali. Anche qui un richiamo a Gesù, mediante il quale il mondo è ricreato e che, nell’Incarnazione, festeggia le sue nozze con l’umanità. Insomma, nella scelta dei tempi il Signore, accoglie e fa proprio quanto di buono e ragionevole si trova nel cuore umano – come la gioia per la vita che fiorisce o il compiacimento per il sole che canta vittoria – e lo carica di eternità. Il che poi è il principio stesso dell’Incarnazione: assumere la natura umana per salvarla dal di dentro, redimerla e divinizzarla: un progetto di una tale, infinita ampiezza che si estende nello spazio e nel tempo – universo e storia – facendo sbocciare una serie mirabile di corollari… Per esempio, l’unificazione della storia umana in un immenso progetto che, malgrado il peccato, ruota intorno a Cristo, che della storia è Centro e Signore; oppure la spiegazione – per noi ancora confusa, ma comunque vera – del dolore umano e in particolare del dolore innocente, che trova il suo significato redentivo e il suo pondus gloriae nella condivisione da parte dell’Uomo-Dio. O ancora la possibilità di dare al nostro presente una valenza eterna, in quanto il Padre vede lo scorrere dei nostri giorni attraverso il filtro dell’Umanità del Verbo… 

Un altro corollario che ci piace ricordare – e che forse non ha avuto troppa fortuna per ragioni, diciamo così, lessicali – è la nobilitazione della materia. Ci siamo talmente abituati a metterci in allarme di fronte al termine materialismo, che abbiamo finito per guardare con sospetto anche la materia. Ma il cuore del materialismo non è certo un’ottimistica esaltazione della materia, quanto una desolata negazione di Dio. Che finisce inevitabilmente per svilire la materia stessa, abbandonata al suo decadimento e, in definitiva, al suo nulla. Invece, una volta messi in fila i valori – con lo spirito, incontrastato, al primo posto – siamo autorizzati a vedere in tutto ciò che è materiale una manifestazione di Dio, della sua bontà, sapienza e provvidenza. Con l’Incarnazione abbiamo una specie di ulteriore salto, come se l’universo intero beneficiasse dell’inaudita grazia di questo mistero. Il Verbo assume un corpo, e questo corpo cresce nutrendosi di un cibo che a sua volta nasce dalla terra… Sì, quanto c’è di più umile (parola che deriva proprio da humus!) contribuisce a edificare quel corpo in cui abita tutta la pienezza della divinità e attraverso il quale noi siamo redenti. E il nostro corpo, di riflesso, diventa tempio di Dio, chiamato a partecipare con l’anima alla vita immortale. Queste parole – che forse non ci sconcertano per il solo fatto che non le comprendiamo in tutta la loro portata – da un lato ci dicono quanto sia grave profanare con il peccato un corpo destinato a tanta dignità, e dall’altro ci dicono di quanta santità dobbiamo essere portatori «nel» e «mediante» il corpo.

Per concludere, un paradosso. Erano gli anni in cui si contrapponevano vivacemente la visione cristiana e quella materialista, e quest’ultima rivendicava per sé la vera comprensione e valorizzazione delle realtà terrene. Una pretesa stroncata dal celebre commento di Giorgio La Pira: I veri materialisti siamo noi, che crediamo nella Risurrezione.