Il calvario dei Saveriani visto attraverso gli occhi e il cuore di Santa Teresina

Possibile che io muoia in un letto? Una frase pronunciata da chi meno te l’aspetti: Teresa di Lisieux. Il classicissimo santino della giovane monaca che sparge rose e sorrisi corrisponde certamente a verità: ma a una verità parziale. Teresina aveva anche un côté decisamente guerriero: tra le sante predilette, Giovanna d’Arco; e tra i suoi desideri irrealizzati (e irrealizzabili!) c’era addirittura quello di essere uno zuavo pontificio con tanto di baionetta. Una giovane di fuoco dunque, che quasi si meravigliava di veder finire i suoi giorni nell’immobilità dopo tutti i sogni di martirio e di gloria che aveva accarezzato nell’adolescenza.

L’immagine della santa battagliera che si spegne nell’ambiente asettico di un’infermeria, lottando con il fiato che non vuole arrivare, si sovrappone in modo sorprendente al triste calvario dei tanti Saveriani che si sono dovuti arrendere al virus, lottando, anch’essi, con il fiato che mancava. Immaginiamo i più anziani di loro in qualche foto giovanile – accuratamente in posa: allora le foto non si dovevano sprecare con una istantanea qualunque! – con la talare bianca e il crocifisso in cintura, la barba d’ordinanza e il cappello coloniale. E nel cuore, un ideale: l’agognato martirio, come si scriveva un tempo. Il contrasto tra i sogni accarezzati e lo scenario della morte per virus è stridente, ma la fede lo ricompone. Ascoltiamo ancora Teresina che, tra uno spasimo e l’altro, quasi stupefatta dalla sofferenza fisica che le è stata riservata, afferma con lucidità che mai avrebbe creduto che si potesse soffrire tanto, e che poteva spiegare la sua sofferenza solo con lo struggente desiderio di salvare anime. Dunque, lo sgomento lascia il posto alla certezza che la sua sofferenza non va perduta né vanificata nel non-senso: al contrario, è una sofferenza missionaria. Chissà se questo pensiero ha illuminato anche gli ultimi giorni dei Saveriani scomparsi. Chissà se hanno percepito – perché quando il respiro manca, per la meditazione c’è poco spazio – che proprio nell’ora del calvario portavano a perfezione il loro carisma missionario? In ogni caso, adesso lo sanno.

E gli altri, quelli che li hanno assistiti? La parola martirio forse non sarà circolata nei corridoi dell’infermeria di viale San Martino, ma la sostanza sì. Perché la disponibilità a sfidare una malattia dal decorso inquietante e tuttora imprevedibile equivale a un martirio della carità. Un martirio a chilometro zero e confuso tra le tante storie analoghe di questi giorni: ma certamente catalogabile con quel dare la vita per gli amici che Gesù pone come vertice dell’amore. Anche per questi Saveriani addetti agli infermi Santa Teresina ha una parola. E una parola autorevole, visto che agli esordi del 1892, quando nel Carmelo di Lisieux arrivò un’influenza che si portò via tre monache in una settimana, la allora diciannovenne Suor Teresa si trovò – tra malate e decedute – a dover gestire quasi da sola la vita della comunità, passando dall’allestimento del feretro a quello della sacrestia, dalla cura delle malate alle riflessioni sulla fugacità del vivere. Il suo racconto sembra cronaca di questi giorni: la morte regnava ovunque, le più malate erano curate da quelle che si trascinavano a fatica, appena una sorella aveva reso l’ultimo respiro eravamo costrette a lasciarla sola. Ma non è una desolazione assoluta: è impossibile immaginarsi il triste stato della comunità in quel momento, solo quelle che erano in piedi possono farsene un’idea, ma in mezzo a quell’abbandono, sentivo che il Buon Dio vegliava su di noi. La conclusione è luminosa: subito dopo la loro morte, un’espressione di gioia e di pace si effondeva sui loro volti, si sarebbe detto un dolce sonno; e tale era veramente poiché dopo che la scena di questo mondo sarà passata, si risveglieranno per godere eternamente le delizie riservate agli eletti… Vale per le monache di Lisieux, vale per i cari Saveriani della porta accanto.