Il Buon Pastore e la mite schiera della Sante Pastorelle

Per fare una prova bastano due indizi, si dice. E nel Vangelo ce ne sono a decine. Indizi di che? Dello sguardo privilegiato e affettuoso che il Signore ha verso il mondo della pastorizia. Pastori e ovili, pecore e agnelli, vi compaiono complessivamente una settantina di volte, battendo alla distanza parole blasonate come legge o scritture. Gesù viene presentato dal Battista come l’Agnello, e a sua volta ama chiamarsi Pastore. Volentieri definisce i suoi fedeli come pecore, che alle soglie dell’Ascensione – come abbiamo visto nel Vangelo della scorsa domenica – stempera in un ancor più tenero pecorelle. E il più clamoroso degli annunci – la nascita del Salvatore – viene affidato all’umile semplicità dei pastori. Con una prassi che, dopo due millenni, è ancora in vigore: il messaggio di Lourdes fu affidato alla tenace Bernardetta, e il grande messaggio dell’ancora vicino ‘900 – quello di Fatima – fu consegnato alla infantile e coraggiosa fedeltà di Lucia, Giacinta e Francesco, i Pastorelli per eccellenza. Destinatarie di messaggi furono pure Benedetta e Veronica, pastorelle rispettivamente del Laus e del Cerreto, che pure si distinsero per la loro fedeltà alle indicazioni ricevute.

E l’elenco potrebbe continuare.

Ma non dimentichiamo che il più delle volte nella vita di queste giovani – veggenti o no che fossero – c’è più Croce che Arcadia. La Beata Panasia, quindicenne pastorella piemontese vissuta nel ‘300, con la sua devozione e le sue opere di carità scatenò l’ira della matrigna, che addirittura la percosse a morte. Meno cruenta ma non meno crudele fu la persecuzione che afflisse i vent’anni della francese Santa Germana Cousin (sec. XVI), fatta oggetto di continui dileggi – quasi «incrementati» dalla sua stessa mitezza – a motivo di un fisico deturpato dalle malattie, e per giunta costretta – anche qui c’è di mezzo una matrigna – a dormire nell’ovile. Ma almeno una volta i suoi rozzi denigratori dovettero ammutolire: e fu quando Germana attraversò un ruscello camminando tra le acque che si erano separate per farla passare.

 

E Parma? Anche la nostra diocesi vanta una santa pastorella! Il suo nome scintillante contrasta con l’ambiente poverissimo in cui nacque agli sgoccioli del ‘400: Margarita Cristalli da Corniglio. Anche lei costretta a pascolare fin dall’infanzia (a solo cinque anni, dice il biografo Padre Federico Mancini, La gemma non conosciuta, Parma 1678), anche lei attirata dalle cose di Dio, anche lei veggente, anche lei osteggiata dalla famiglia. Fin qui la sua biografia sembra perfino scontata. Ma ecco apparire un piccolo, delizioso unicum (almeno, per quel che ne sappiamo) che la contraddistingue dalle altre colleghe di santità e mestiere. Alle estasi della fanciulla partecipano anche le sue docili pecorelle, che la piccola conduceva con estrema dolcezza, semplicemente attirandole con la sua mite presenza. Radunate intorno alla bambina, se ne rimanevano immobili, incapaci di distogliere lo sguardo da quello spettacolo di cielo. Le attirava l’atteggiamento estatico della bambina? O forse, quasi in un anticipo del regno messianico, vedevano il loro Signore? Quello che sappiamo per certo è che il babbo di Margarita, decisamente poco incline alle cose mistiche, si disperava perché le sue estatiche pecore si dimenticavano di brucare e… niente erba, niente latte. Così, con una decisione insieme egoista e sensata, condusse la figlia appena undicenne dalle Benedettine di Sant’Uldarico. Premise di essere un pover’uomo che aveva bisogno di gente che si dà da fare e non di gente che prega, e con rustica onestà aggiunse: Fatemi il favore di tenere questa figlia, visto che voi pregate tutto il giorno. Il finale è scontato: Margarita divenne monaca, morì in concetto di santità, e dalla sua tomba elargì favori a profusione, pazientemente raccolti e pubblicati dal biografo. In particolare, veniva pregata dalle giovani madri che non riuscivano ad allattare. Margarita le esaudiva: era il suo mite, celeste contrappasso.