I verbi silenziosi di San Giuseppe

Fece come gli aveva ordinato l’angelo, prese con sé la sua sposa, lo chiamò Gesù, fuggì, rimase, si alzò, prese, entrò, si ritirò, andò, salì… Nel Vangelo i verbi che hanno come soggetto San Giuseppe sono per lo più accomunati da tre caratteristiche: indicano azioni concrete, sono il frutto di una obbedienza pronta alla voce di Dio e sono «silenziosi». Ci sono poi altri verbi che stanno a indicare un lavorìo interiore e che sono ancora più silenziosi: non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto, stava pensando. Verbi che non fanno rumore, percepibili al massimo nell’intensità o nel turbamento di uno sguardo.

Che la figura di San Giuseppe sia tutta avvolta nel silenzio non è cosa nuova: persino il più distratto fra i lettori del Vangelo si accorge che il carpentiere di Nazareth, del quale pure si fa menzione più volte, non dice una sola parola. Se poi la lettura diventa più attenta, allora si intuisce che il silenzio di Giuseppe non è solamente – e sarebbe già cosa immensa! – il silenzio di chi obbedisce senza discutere, ma è il silenzio che quasi si impone, come un’esigenza del cuore, a chi ha il privilegio ineffabile di contemplare, ad ogni istante, il Figlio di Dio e la Madre sua. È il silenzio dello stupore: l’unico «commento» all’altezza di tanta sublimità. Ovvio che Giuseppe avrà pur parlato con Gesù e con Maria: ma possiamo star certi che dalla sua bocca non saranno mai uscite parole inutili, banali o superficiali. Consapevole di vivere alla presenza del Verbo incarnato, non poteva che fare un uso santo, misurato e attento della parola!

E, con questa sua attitudine al silenzio, egli ha come contagiato per secoli la storia stessa della cristianità: sì, perché la sua figura fu lungamente lasciata nell’ombra, probabilmente per un motivo di prudenza dogmatica. Troppe controversie sulla divinità di Gesù avevano scosso la Chiesa dei primi secoli, e la presenza di un padre, sia pur putativo, accanto a Gesù, non avrebbe certo contribuito a sopirle. Fu solo dopo il mille che l’occidente cristiano, ormai saldo nelle sue certezze cristologiche e trinitarie, mise in luce il mite e verginale sposo di Maria, iniziando, qua e là, anche a celebrarlo liturgicamente. Tra i primi promotori del suo culto ci piace segnalare proprio i Carmelitani (sec. XV), così come amiamo vedere che dal Carmelo si è levata un’altra voce in favore di San Giuseppe: quella di Santa Teresa d’Avila, che di questo culto è considerata uno dei punti di riferimento. Non ho mai invocato San Giuseppe senza esserne esaudita, ci assicura. E, umana com’è, sa coglierne gli aspetti più umani: Non so – scrive – come si possa pensare alla Regina degli Angeli e al molto da lei sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe che fu loro di tanto aiuto.

Come spesso succede, le intuizioni dei Santi arrivano a Roma e diventano documenti ufficiali. Senza fretta, beninteso: quando si tratta di magistero, Roma è maestra di prudenza. E così si arriva all’Ottocento per avere dapprima la proclamazione di San Giuseppe a Patrono della Chiesa (1870 con Pio IX), e poi il Papa di San Giuseppe: Leone XIII, che dopo numerosi pronunciamenti, riassume la teologia su San Giuseppe nell’enciclica Quamquam pluries (1889): vera pietra miliare, che attinge la sua ricchezza dalla Scrittura come dalla tradizione, in una preziosa sintesi operata dallo stesso successore di Pietro. Da allora in poi i Pontefici hanno moltiplicato i loro interventi sulla figura del nostro santo, diventata sempre più popolare anche grazie al suo «ringiovanimento» iconografico (chi dipinge più un San Giuseppe ultranovantenne?) e alla concomitanza con la festa del papà. Ma il carpentiere di Nazareth, che pure gradirà i nostri omaggi, non ha bisogno di essi per essere felice. A lui basta, in cielo come in terra, vivere nell’ombra di Gesù e di Maria. Nella loro ombra, e nella loro Luce.