I Santi? Ci sono vicini, anzi vicinissimi.

Una ricerca effettuata a più riprese e da studiosi di svariate nazionalità afferma che bastano non più di cinque o sei intermediari, e chiunque – tanto più nel nostro villaggio globale – è in relazione con chiunque altro. Magari anche con qualche incursione nel passato. Un esempio? Qualche decennio fa (1983) moriva nel nostro monastero la lombarda suor Teresa Scanziani, che da ragazza aveva conosciuto l’ormai anziano Cardinal Ferrari. Et voilà, una intermediaria appena, e la nostra comunità è in relazione di prossimità con il grande pastore la cui memoria liturgica cade proprio all’inizio di febbraio. Ci piace poi aggiungere la ragion d’essere di questa conoscenza: suor Teresa, prima di entrare nel nostro monastero, aveva avuto l’intuizione di fondare una comunità di consacrate in abiti laici, disposte ad immergersi negli ambienti più ostili per gettarvi il seme del Vangelo. Ne parlò con don Giovanni Rossi, segretario del Cardinal Ferrari, e da questo incontro di anime fervorose nacque, con la benedizione del Cardinale, il primo nucleo della Compagnia di San Paolo (1920): la famiglia religiosa che realizzò l’Opera Cardinal Ferrari, sorta per dare una direzione unitaria alle numerose iniziative sociali promosse dal grande pastore. Ma Suor Teresa non poté vedere di persona lo sviluppo che avrebbe avuto l’Opera: nel 1923 era entrata nel nostro monastero, e lo aveva fatto proprio con l’intenzione di sostenere con la preghiera e il sacrificio la comunità sbocciata sull’intuizione carismatica che aveva avuto non ancora ventenne, e che concretizzava quell’apostolato a tutto tondo auspicato dal «suo» Cardinale. Suor Teresa nutriva per lui una profonda venerazione: lo riteneva santo, e per tutta la vita ne desiderò la canonizzazione. Ricordava in particolare l’omaggio commosso e imponente del suo gregge in occasione della malattia che lo condusse alla morte, e ricordava come questa sua fama di santità fosse, nell’opinione della gente, un fatto del tutto assodato: cosa che ci viene confermata dalle altre nostre consorelle lombarde, le cui mamme parlavano del Cardinal Ferrari come avrebbero parlato del Borromeo.

Come il suo santo predecessore, il Ferrari fu un camminatore di Dio: per cinque volte effettuò la visita pastorale nella sua sterminata diocesi; fu il primo cardinale a guidare un pellegrinaggio nella terra santa; si interessò vivamente al mondo universitario così come alla stampa cattolica, e «camminò» verso quelle nuove realtà sociali, in cui era in corso – e il suo sguardo di pastore lo aveva percepito – un inesorabile processo di scristianizzazione. Proprio per arginare questo processo egli realizzò una rete di opere che ci stupiscono per la loro lungimiranza e il loro numero: promosse la fondazione di associazioni operaie ed agricole, fece sorgere casse rurali e società di mutuo soccorso, realizzò centri sociali dove i giovani potessero incontrarsi in un contesto sano e cristiano. Alla base delle sue iniziative c’era un anelito pastorale: «affratellare tutte le iniziative cattoliche milanesi di indole sociale, fare opera di assistenza e di elevazione per le classi lavoratrici, offrire alla gioventù studiosa le più opportune provvidenze materiali e morali»

Eppure il suo momento pastorale più alto fu quello in cui, consumato dalla malattia e rimasto privo di voce, offerse il suo sguardo buono – l’unica «proprietà» che gli era rimasta – alle migliaia di milanesi che, altrettanto silenziosi e commossi, sfilarono davanti al suo letto di morente. Un quadro così intenso e «raccontato» che ci sembra quasi di esserne stati partecipi. Ma, a ben pensarci, partecipi lo siamo per davvero; non per la teoria degli intermediari, ma per qualcosa di infinitamente più grande: il dogma del Corpo Mistico. Attraverso Gesù  noi siamo sostanzialmente presenti ad ogni momento della vita di ciascun santo, così come ogni santo è presente alla nostra vita. Un mistero che sonderemo solo in Cielo. Ma intanto cominciamo pure ad assaporarlo sulla terra.