Gesù a tavola. Anche in questo ci è Maestro.

La Quaresima è alle porte, e – quasi in automatico – si presenta ai nostri occhi l’immagine di Gesù che digiuna nel deserto. Non conosciamo i termini esatti di questo digiuno, ma possiamo pensare che sia stato molto severo (solo erbe e radici?), se lo stesso pane, alimento semplice per eccellenza, viene presentato come un tentazione. Allo stesso tempo, sia pur in termini grossolani e scorrettamente deformati, la gente evidenzia il gusto di Gesù per la convivialità: Ecco un mangione e un beone. Le due cose possono stare assieme, non solo perché possono essere alternate nel tempo, ma proprio perché possono convivere nello spazio interiore della personalità di Gesù. Uomo-Dio, con lo sguardo rivolto costantemente al Padre, Gesù attraverso il digiuno ci ricorda la assoluta priorità di Dio rispetto a tutto, compreso il nostro stesso benessere; e anche la necessità di manifestare questa priorità con dei gesti concreti che dicano – a Dio prima di tutto – che davvero lo collochiamo sul gradino più alto della nostra scala. Ma Gesù, dalla visione del Padre, trae anche quel gusto per il bello e per il buono che proviene dal divino gusto che provò il Creatore nel contemplare il mondo uscito fresco fresco dalle sue mani: e vide che era cosa buona. Di qui l’apprezzamento per il cibo, espressione della generosità, fantasia e bontà di Dio. E anche della sua magnanimità: perché non considerò un tesoro geloso il ventaglio dei sapori da Lui creati, ma lasciò che l’uomo fosse creatore a sua volta attraverso l’arte di cucinare.     

Questo «equilibrio tra opposti» nel rapporto tra Gesù e il cibo attraversa d’altronde tutto il Vangelo: per esempio, lo stesso Signore che meraviglia le folle con le spettacolari moltiplicazioni dei pani e dei pesci, mostra poi una sollecitudine ordinaria e concreta di fronte alla figlia di Giairo e – proprio Lui che l’ha appena richiamata in vita! – comanda di darle mangiare come farebbe un qualunque parente premuroso e attento. Suggerisce, con le parole oltre che con l’esempio, il digiuno; e anzi ne fa uno dei pilastri nella lotta contro il male: ma quando si tratta di anticiparci qualcosa sul Paradiso, si affretta a prendere in prestito l’immagine del banchetto, a Lui particolarmente cara. Maestro di verità – quella verità che ci fa liberi -, Gesù si svincola dalle prescrizioni alimentari arbitrariamente desunte dalla Legge, ricordando che l’uomo è contaminato non da ciò che entra nella sua bocca, ma piuttosto da ciò che ne esce. E con questo dichiarava mondi tutti gli alimenti, come chiosa l’evangelista Marco. Per quei tempi dovette essere uno sdoganamento stupefacente, che smantellava uno dei grandi punti fermi dell’architettura sociale giudaica: la rigorosa distinzione fra cibi permessi e proibiti. Attenzione, però: prima di guardare con moderna superiorità la complessa precettistica ebraica, proviamo a immaginare, nel clima di ortoressia [ossessione per il cibo sano] che serpeggia un po’ ovunque, quali increduli e sdegnati commenti potrebbe suscitare, oggi, la dichiarazione che vanno bene tutti gli ingredienti. Persino l’olio di palma.

Ma la libertà nei confronti del cibo comporta anche un impegno: lo scorgiamo allorché Gesù raccomanda ai discepoli di mangiare quello che sarà messo davanti. Nella sua disarmante semplicità, una frase che vale almeno un paio di convegni sull’inculturazione; e che chiede al discepolo di allargare il proprio cuore e le proprie vedute, in uno spirito di accoglienza e condivisione che potrebbe anche esigere eroismo…

Dunque, Gesù ha con il cibo un rapporto ricco e articolato, che va dalla clamorosa trasformazione dell’acqua in vino fino al gesto semplice e dimesso di cuocere il pesce alla brace per i suoi discepoli: il tutto, con uno sguardo capace di abbracciare ed armonizzare le tante sfaccettature della realtà. Uno sguardo «cattolico». E un progetto inaudito, tenuto gelosamente in serbo per l’ultimo pasto consumato prima della Passione. L’Eucaristia, Sacramento dei sacramenti.