Fede e ragione. La lezione del Doctor Angelicus.

Sarà perché ha due antenati illustri – Illuminismo e Romanticismo – che a loro volta hanno un ampio schieramento di fans, ma il luogo comune secondo cui fede e ragione si oppongono continua a circolare pressoché indisturbato nell’immaginario collettivo. Da un lato, la visione razionalistica che osserva la fede dall’alto al basso, dall’altro il sentimentalismo facile che si accontenta di emozioni religiose e si guarda bene dal farle poi entrare nelle decisioni della vita reale. Il risultato è comunque quello di uno scollamento fra la luce della verità e la concretezza del quotidiano.

In realtà fede e ragione non si oppongono. E come potrebbero farlo se entrambe traggono il respiro da Dio, l’Essere Semplice – come lo definiva la Santa Carmelitana Elisabetta della Trinità – nel quale non si trova ombra di contraddizione?

Si potrà dire che la fede ci chiede talvolta di superare gli schemi tradizionali della ragionevolezza. Ma si deve anche aggiungere che con il senno di poi si scopre che il tuffo nella fede ha avuto anche un suo epilogo razionale. Perché la razionalità, anche quando sembra per un momento «sorpassata» dall’atto di fede o dal fenomeno straordinario, non per questo smette di avere la sua validità. I cardini del pensiero, dal principio di non contraddizione al sillogismo, continuano ad essere validi, allo stesso modo che due più due continua a fare quattro nei calcoli astronomici così come nel quaderno di prima elementare.

Maestro di questa armoniosa concordia tra fede e ragione fu il grande genio teologico che la liturgia ci presenta in questi giorni: San Tommaso d’Aquino, definito Doctor Angelicus per la purezza dei suoi costumi e la sublime acutezza del suo ingegno: e anche perché una tradizione vuole che siano stati gli Angeli stessi a suggerirgli tanta dottrina. Di solida formazione aristotelica, l’Aquinate strutturò la sua Summa Teologica nella forma, abbordabile e avvincente, di domande e risposte. Il lettore ha quasi l’impressione di essere preso per mano e condotto a comprendere le verità più alte attraverso una concatenazione di verità semplici e inconfutabili. La semplicità di Dio sembra rispecchiarsi nelle argomentazioni del Santo e il lettore abbraccia spontaneamente le verità di fede, che gli sembrano affiorare dal profondo della sua coscienza. Il che, dopo tutto, corrisponde a verità: non siamo forse fatti a immagine e somiglianza di Dio?

E a proposito di questa somiglianza, dobbiamo aggiungere che San Tommaso ha prodotto la Summa sostenuto non solo dall’intelligenza ma anche dalla trasparenza di uno sguardo orante e contemplativo. Come ben risulta dal celebre episodio che lo vide protagonista a pochi mesi dalla morte, allorché ebbe una visione esperienziale della gloria di Dio, visione che lo indusse a sospendere la redazione della Summa: Tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia in confronto con quanto ho visto. Dal quale episodio deduciamo da un lato che la ricerca illuminata dalla retta ragione è un cammino privilegiato verso la pienezza della visione; e dall’altro che la visione di Dio trascende le nostre capacità, oltre ogni aspettativa. Fede e ragione, ancora una volta due amiche che conoscono l’arte di integrarsi.

 

Un piccolo inedito: il carmelitano scalzo Padre François Marie Léthel, amico di lungo corso della nostra comunità, dopo aver predicato gli esercizi spirituali in Vaticano (2011) ebbe la gioia di condividere la mensa con Papa Benedetto. La conversazione – non poteva che essere dotta! – ruotava intorno al rapporto tra fede e ragione: un argomento sul quale Ratzinger era particolarmente ferrato, dato anche il suo contributo alla Fides et Ratio (1998) di Giovanni Paolo II. E dall’alto della sua competenza – ci riferì Padre Léthel – Benedetto sintetizzò e «risolse» la discussione con una frase degna di lui: La fede supera la ragione ma non la contraddice.