Elisabetta e la preghiera alla quale ha posto mano e cielo e terra

O mon Dieu, Trinité que j’adore… Trecentosessantuno parole scritte senza una cancellatura che è una: e scritte di getto, come lascia intendere l’uniformità grafica di chi procede senza prender fiato per potere «stare dietro» al fluire dei pensieri; una chiarezza espositiva che rende accessibili anche i concetti più alti; una scelta accuratissima delle parole: da un lato non c’è una sillaba in più del necessario e dall’altro non vi è un solo concetto lasciato nel vago. Il tutto, con un andamento fluido e quasi musicale. Un capolavoro. Così capolavoro che l’Elevazione alla Santissima Trinità – come comunemente è conosciuta in Italia questa invocazione composta nel 1904 dalla carmelitana scalza francese Santa Elisabetta della Trinità a soli 24 anni – non può essere semplicemente frutto del genio spirituale, peraltro altissimo, di questa giovane monaca: dietro c’è necessariamente la mano di Dio. Ci accostiamo allora a questa preghiera (una delle più celebri della cristianità, come ben dimostrano le oltre ottanta lingue in cui è stata tradotta: sul web la si trova al primo colpo) come ci accosteremmo a una preziosa reliquia, quasi ad ascoltare con trepidazione le parole stesse con le quali Dio ci «suggerisce» di essere lodato, Egli che ama gli adoratori in spirito e verità. Prima di tutto ci sentiamo trasportati nel mondo di Dio, che include il tempo ma lo supera; e di fatto l’Elevazione è senza collocazione storica, e proprio per questo potrebbe essere voce di qualunque epoca: il paragone con l’Infinito del Leopardi si impone subito, anche per il clima di silenzio abissale che la preghiera richiama. Elisabetta si mette dal punto di vista di Dio – come fosse al suo fianco – e da lì si vede chiamata ad essere partecipe della Sua perfetta immutabilità: come se la mia anima fosse già nell’eternità, scrive. Eppure, con quei contrasti che Dio solo sa comporre, l’immobilità in cui ella riposa è una immobilità dinamica in cui l’Azione creatrice è al lavoro, cosicché l’anima deve impegnarsi al massimo per essere tutta adorante, tutta abbandonata. Dopo lo sguardo sul Padre-Creatore, ecco quello sul Cristo-Sposo. La calda affettività della giovane è sul punto di traboccare, ma viene ben presto incanalata e come «trasferita» in Gesù, perché sia Lui l’attore principale di questo rapporto d’amore, fino ad arrivare alla sostituzione della persona di Elisabetta con la sua stessa divina Persona. Che è poi il classico programma dei mistici: amare Dio con l’amore stesso di Dio. Quando è il turno dello Spirito Santo, Elisabetta gli chiede una nuova incarnazione del Verbo: e che il frutto di questo mistico concepimento sia la stessa anima divenuta ormai una umanità aggiunta di Gesù. E qui, pur nell’elevatezza del tono, entriamo anche nella concretezza della vita, che per realizzare l’umanità aggiunta, chiede anche il coinvolgimento di mani e voce, di passi e sguardi… come prolungamento dell’Incarnazione.

Si direbbe quasi che Elisabetta abbia riprodotto in questi passaggi l’arcano «dialogo» che dovette svolgersi allorché la Trinità progettò il mistero specifico del Cristianesimo, appunto l’Incarnazione: dapprima il silenzio sublime e amoroso di Dio, poi – un «poi» che è però è al di fuori del tempo – l’adesione del Verbo generato dal Padre che vi ha posto tutte le sue compiacenze, e infine il coinvolgimento nella carne per opera dello Spirito Santo.

Una volta che il mistero si è riprodotto nella creatura con il concorso di tutta la Trinità, Elisabetta ritorna al punto di partenza, e cioé alla beatitudine assoluta dei suoi Tre, ai quali si abbandona come una preda: un atto passivo ma intriso del dinamismo di Dio, e finalizzato all’attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze. Un ritorno al punto di partenza, dunque; ma non un semplice ritorno ciclico come è proprio del pensiero orientale, bensì un ritorno fecondo nella prospettiva di una nuova presenza: quella dell’umanità redenta e divinizzata.