Duruelo: un villaggio ignoto… ma non per i Carmelitani!

Duruelo: questo nome dirà poco ai lettori, che forse lo sentono per la prima volta. Ma per i Carmelitani Scalzi, Duruelo ha il dolce suono della terra natale: perché in questa piccolissima località della Castiglia, in quella solitudine silenziosa che così spesso segna l’inizio delle grandi cose, vide la luce il ramo maschile del Carmelo riformato. Santa Teresa, che già aveva iniziato a fondare i suoi monasteri, tutti improntati ad una gioiosa austerità e ad una stretta clausura finalizzata all’orazione, sentiva sempre più vivo il desiderio di estendere questa riforma al ramo maschile dell’Ordine. Nella sua fervida mente i Carmelitani Scalzi avrebbero dovuto essere una mirabile sintesi fra contemplazione e azione apostolica: impregnati di Dio nell’orazione, ne sarebbero stati appassionati testimoni nella predicazione. E mentre disegnava nel suo cuore di madre e fondatrice il profilo del Carmelitano Scalzo ideale, ecco che la Provvidenza le fece incontrare un piccolo frate, di trent’anni più giovane di lei, fresco di ordinazione e ansioso di una sempre più profonda unione con Dio: San Giovanni della Croce. La realtà superò ampiamente i suoi sogni; Teresa vide in lui una delle anime più pure e sante che Dio abbia nella sua Chiesa: Dio gli ha infuso grandi tesori di sapienza celeste. Parole che non hanno bisogno di commento, a maggior ragione se dette da lei. Una simpatica curiosità: Teresa trovava perfino irreale la virtù di quel fraticello tanto dolce e mite, e allora provò a indispettirsi per finta con lui, giusto per metterlo alla prova. Con il risultato di indispettirsi lei, e per davvero, di fronte alla calma imperturbabile di Giovanni, tanto giovane e già tanto avanti nella via della santità. Quel padre era così buono, che potevo più io imparare da lui che non lui da me, ammetterà alla fine! Dunque, la prima pietra c’è, e quale pietra. Quanto alle altre pietre, quelle materiali, Teresa ha già trovato una casetta nel piccolissimo agglomerato di Duruelo. Definirla casetta è fin troppo generoso: si tratta di un edificio in condizioni pietose, che Giovanni, improvvisatosi muratore, cerca di sistemare alla meno peggio. Finalmente, la prima domenica di Avvento del 1568, ne prende ufficialmente possesso, seguito da altri due confratelli. È il 28 novembre e – proprio come in questi nostri giorni di maltempo – il clima è ostile: unico rimedio, delle bracciate di paglia che cercano di arginare il pungente freddo castigliano, ma che non impediscono alla neve di infilarsi fra le tegole e di scendere direttamente sui frati rannicchiati in preghiera. Rannicchiati, perché il soffitto è così basso che stare in piedi è impossibile: il coro monastico è stato ricavato dal sottotetto. Teresa, che ha voluto confezionare con le sue stesse mani l’abito di fra’ Giovanni, visita i «suoi» frati e quando vede il loro stile di vita poverissimo da un lato, e il loro fresco entusiasmo dall’altro, si commuove. La differenza di età con Giovanni l’autorizza a scherzare amabilmente sulla sua figura minuta e a soprannominarlo, per la sua saggezza, il mio piccolo Seneca. Nel segreto del suo cuore però l’ammirazione per il futuro Dottore della Chiesa è sconfinata. Poi, con il tempo, e anche per volontà di Giovanni, vengono smussati gli aspetti fin troppo clamorosi della povertà e della penitenza: ed è giusto che sia così, perché di solito l’umiltà abita più volentieri nelle circostanze ordinarie che nei gesti spettacolari. Ma quell’inizio avventuroso e un po’ bohémien della riforma carmelitana del ramo maschile rimane per il nostro ordine una pagina piena di poesia e di passione, capace ancora di commuoverci così come commosse Santa Teresa.

E a proposito di inizi: proprio mentre ricordiamo l’anniversario dell’arrivo a Duruelo, i nostri Padri di via Garibaldi passano il testimone ai Padri provenienti dall’India. Per la presenza carmelitana in Parma comincia un nuovo capitolo. Ai primi, un affettuoso grazie; ai secondi, un altrettanto affettuoso benarrivati!