Dal silenzio delle abbazie all’arditezza delle guglie: Maria e il Medioevo.

Nella prima conversazione di questo mese abbiamo riflettuto sulla marianità di maggio; e abbiamo ricordato, en passant, il forte legame tra Maria e il Medioevo: poche righe per un argomento che meritava ben altra attenzione. Oggi, a conclusione del mese della Madonna, vogliamo riprenderlo e svilupparlo. Uno spin off, tanto per usare l’immancabile parola inglese.

L’oscuro medioevo – come amano definirlo gli storiografi improvvisati – ci ha lasciato, tra tanti tesori, uno sviluppo meraviglioso del culto mariano. Un rapido excursus. Nei primi secoli del Cristianesimo Maria era lasciata nella penombra: troppo capitale la questione della duplice natura, umana e divina, di Gesù, e troppo vivo il ricordo delle mille dee – locali e d’importazione – alle quali la Santa Vergine poteva rischiare di essere assimilata. Spartiacque fondamentale fu il Concilio di Efeso (431) che, proclamandola Madre di Dio, «consegnò» Maria alla devozione del popolo cristiano, mentre i Padri della Chiesa ne approfondivano la figura con intuizioni sublimi, e le città le dedicavano chiese sempre più numerose. Ma per trovare quella affettività che ancora oggi è il timbro caratteristico della devozione mariana, dobbiamo varcare la soglia del mille, e addentrarci nel fervido mondo delle grandi abbazie. Silenzio, lavoro e preghiera: in più, libertà da quelle pressioni politiche che tanto affliggevano diocesi e vescovi. In questo sereno e operoso contesto il cuore poteva effondersi in una sorprendente – chiamiamola così – creatività devozionale. I monaci trovarono nella Vergine Madre non solo una tessera della storia della salvezza, ma anche una risposta a quel bisogno di complementarietà che Dio stesso ha iscritto in ogni cuore. Madre e sorella, dunque, ma anche donna ideale. Questa tenera devozione, uscendo dai monasteri, incontrò e incrementò il fervore mariano degli ordini mendicanti che si andavano diffondendo: i Francescani con la mistica dell’Incarnazione, i Domenicani con l’apostolato del rosario, i Servi di Maria, mariani già a partir dal nome, i Carmelitani, che avevano portato dalla Palestina una particolare familiarità con Maria, tanto che si definivano Fratres Virginis, suoi fratelli. Anche il contesto storico sembrava congiurare a favore: da un lato il mondo cortese con la sua visione angelicata della donna; dall’altro il fervore delle città in espansione, che dopo il mille si ritrovarono tra le mani una disponibilità di mezzi sempre in aumento. Questa irripetibile concomitanza di fattori, illuminata da un senso fortissimo del soprannaturale, fece sì che l’intera società – dal teologo all’artista, dal nobile al manovale – si mobilitasse per offrire alla Santa Vergine la primizia del proprio ingegno e capacità, o almeno la fatica delle proprie braccia. E, in ogni caso, la sincerità della propria fede. Questo è il terreno sul quale sbocciarono le grandi cattedrali. Rouen, Parigi, Chartres, Reims, Amiens: erano dedicate tutte a Maria. Uniche per bellezza, stupefacenti per perizia tecnica e audacia costruttiva, armoniose per l’impianto dottrinale che ne plasmava forme e decori, le grandi cattedrali dovettero apparire un miracolo ai contemporanei, come lo appaiono a noi, oggi. Obbligatorio ricordare che in questa smagliante sinfonia di cattedrali si inseriscono anche le note sobrie e pacate del nostro Duomo, consacrato nel 1106 alla Madonna Assunta: ancora una volta Maria!  

E persino il modo di indicare la Madre di Dio risentiva – e risente tuttora – di questa nuova affettività; Maria, con un prestito linguistico dalla terminologia cavalleresca, diventa Mea Domina, la signora del mio cuore: di qui la parola Madonna. E non vale solo per l’Italia: in Inghilterra Maria è Our Lady, in Spagna Nuestra Señora, in Portogallo Nossa Senhora, in Francia Notre Dame.

Notre Dame, appunto. Queste righe volevano anche essere un omaggio alla catterdale di Parigi che tutti sentiamo un poco «nostra» e che dopo lo sfregio dello scorso aprile ci è divenuta ancora più cara.