Dal Borromeo a Don Bosco: la santità al tempo delle epidemie

Si vis capere librum lege totum, se vuoi capire un libro leggilo fino in fondo. Vale per i libri, vale per gli avvenimenti. È difficile sentenziare su qualcosa che si sta ancora svolgendo, specialmente se – come nel caso dell’attuale epidemia – neppure sappiamo se siamo ai primi capitoli o all’epilogo; anzi, neppure sappiamo di quante pagine è il libro. Volgiamo allora lo sguardo su «libri» già archiviati, che intrecciano desolazione e splendore: le pestilenze del passato in cui è brillata in modo speciale l’azione dei santi. Un abbinamento che ha radici antiche: già nel terzo secolo, durante l’epidemia (di vaiolo, pare), che mise in ginocchio l’impero romano e ne innescò la crisi, i cristiani andavano alla ricerca dei malati e indifferenti al pericolo – secondo le testimonianze dell’epoca – si prendevano cura di tutti i loro bisogni. Molti di questi cristiani, rimasti anonimi, pagarono la loro carità con la vita, e la Chiesa li venerò come martiri, ponendoli sullo stesso piano di quei loro fratelli di fede perseguitati e fatti uccidere, proprio negli stessi anni, dall’imperatore Galieno.

La presenza attiva dei santi nel cuore delle epidemie arriva perfino a dare il nome alle epidemie stesse. La pestilenza che si abbatté su Milano nel biennio 1576/77 è rimasta nel cuore dei milanesi come la peste di San Carlo: se la definizione in sé non suona lusinghiera, il motivo è ben altro: la carità del Cardinale nel soccorrere il suo gregge, la noncuranza del rischio, le elargizioni fatte attingendo al proprio patrimonio personale (e anzi indebitandosi) hanno legato per sempre i mesi bui del contagio alla sollecitudine luminosa del pastore. Poco più di mezzo secolo (1630), e la storia sembra ricalcarsi. Ancora Milano, ancora una pestilenza, ancora un Borromeo a fare da pastore esemplare tra un gregge smarrito: ancora una pagina di carità che in questo caso diventa anche pagina letteraria, e che pagina. La descrizione che il Manzoni fa della peste è uno dei momenti più alti della nostra letteratura, e il ritratto del cardinal Federigo (che di San Carlo era cugino e discepolo), una volta entrato nella mente e nel cuore, vi resta per sempre.

Da Milano alla Capitale: anche Roma fu ripetutamente flagellata da epidemie – la sua natura «cosmopolita» le favoriva – e anche a Roma la santità diede prova di sé. Nel biennio 1590/91 si sovrappongono diverse malattie infettive che in pochi mesi si portano via, tra gli altri, ben tre papi. Camillo de Lellis, insieme con i suoi confratelli, si oppone a tanta desolazione con la miglior organizzazione possibile, mentre il giovane novizio gesuita Luigi Gonzaga vi si oppone con la generosità ingenua dei suoi 23 anni: trovato un appestato per strada, se lo carica sulle spalle, lo porta in un lazzaretto e se ne prende cura. Pochi giorni dopo muore, con la naturalezza propria dei santi giovani.

Ancora giovani: questa volta sono i ragazzi di Don Bosco. 1854. A Torino infuria il colera. Il contagio è rapidissimo, e la zona più colpita è proprio quella di Valdocco, dove si trova l’oratorio. Molti dei giovani si offrono per assistere i malati e Don Bosco, da uomo di buon senso qual era, avrà anche suggerito norme igieniche: è da supporre. Sappiamo invece per certo di un’altra «norma» che egli suggerì e che si rivelò la più efficace di tutte: Se non farete peccati, io vi assicuro che nessuno sarà toccato, e così fu. Indubbiamente il consiglio del Santo voleva avere anche un valore pedagogico e pertanto non era un assioma. Insomma, può morire per contagio anche chi è in grazia di Dio! Come – è storia recente – le sei suore dell’Istituto Palazzolo che nel 1995 morirono nell’arco di un mese per aver assistito gli ammalati di ebola: una vicenda dell’altro ieri, ancora presente nel nostro ricordo. Infine, la cronaca di oggi, con tutti coloro che si stanno prodigando per contenere il contagio ed assistere gli ammalati. Come nel terzo secolo, storie di anonimo eroismo.