Amore e umiltà: il cuore segreto della penitenza

Alcuni si cibavano solo di radici, altri di pane mescolato a cenere, altri ancora mangiavano esclusivamente quando (e se) un viandante ne dava loro un poco; c’erano i dendriti, che trascorrevano la vita su un albero e i celebri stiliti, che la trascorrevano su una colonna. C’era chi inframezzava i rovi agli abiti e chi per anni tenne un sasso in bocca. A leggere le vite dei padri del deserto balza agli occhi un campionario incredibile di penitenze. Certamente non siamo tenuti ad imitarle; ma neppure siamo autorizzati a liquidarle – con ironia e magari con una puntina di disprezzo – come folklore agiografico. I gesti estremi di questi monaci esprimevano la tensione verso Dio: una tensione totale e continua che, cessato ormai il tempo delle persecuzioni, doveva in qualche modo «sostituire» il martirio.

 

Mentre ci accingiamo a ricevere l’austero simbolo delle ceneri – come lo chiama la Liturgia – prendiamo le mosse dai padri del deserto per vedere come la penitenza, parola oggi tanto in disuso, nel corso dei secoli è stata integrata felicemente nella vita cristiana. Già presso questi antichi e imprevedibili monaci, alla spettacolarità dei gesti corrispondeva – quasi sempre – un solido equilibrio di pensiero, che subordinava la penitenza alle virtù regine: umiltà e carità. Il tutto, in una bella libertà interiore: «Chi parla per amore di Dio, fa bene – insegnava Abba Poemen – e chi tace per amore di Dio fa altrettanto bene».

In epoca moderna il concetto di penitenza viene sempre più sospinto verso quello che è il santuario della persona: la volontà. La volontà che accetta, che obbedisce, che si applica: innanzitutto al suo dovere, poi – una volta compiuto il dovere – al resto; la volontà, che prima di cercare forme penitenziali speciali, accoglie con buona pace quei disagi piccoli e grandi che la vita fa trovare lungo il cammino.

Una lapidaria considerazione di San Francesco di Sales è molto illuminante: «E’ meglio mangiar di tutto che scegliere sempre il peggio». Il che, allargando il concetto di «cibo», sta a indicare appunto una accettazione serena e semplice delle proposte di Dio. Insomma, esser contenti di quel che passa il convento, in senso reale e figurato.

Anche la spiritualità carmelitana ha sempre insistito sull’interiorità e sulla virtù come motore e verifica di ogni atto penitenziale. Santa Teresa d’Avila, nella sua generosità impetuosa, avrebbe voluto dedicarsi alla penitenza con ardore, anche a scapito della salute: ma prudentemente veniva frenata dai confessori. Ebbene, un giorno, mentre rifletteva sulla spettacolare ascesi dell’eremita sua contemporanea Caterina de Cardona, le apparve il Signore che le disse: «Preferisco la tua obbedienza». Santa Teresina, che pure ha intessuto tutta la sua vita di continui, capillari, piccoli sacrifici, si trova sulla stessa linea; di fronte all’ordine della Priora di portarsi in cella uno scaldino come (modesto!) rimedio ai gelidi inverni normanni, commentava con piacevolezza: «Gli altri si presenteranno in cielo con i loro strumenti di penitenza; io mi presenterò con il mio scaldino; ma sono solo l’amore e l’obbedienza che contano».

 

E per concludere, un piccolo gioiello di sapienza ed equilibrio.

Nei primi anni della riforma carmelitana, un padre maestro, sospinto da uno zelo fuori posto, impose ai novizi penitenze insensate, come quella di portare una fascina per le strade del paese e poi, sempre portando la fascina sulle spalle, fare rientro in convento: un atto più ridicolo che ascetico, che attirava discredito sulla riforma e metteva in grande disagio quei giovani, che ne parlarono a San Giovanni della Croce. Il quale pose subito fine a queste infelici iniziative, e – da uomo amabile e spiritoso quale era – aggiunse: «Il padre maestro è bramoso di penitenza? Bene, gliene suggerisco una io: si persuada di avere sbagliato».

Il che è davvero una gran penitenza per chiunque, padri del deserto compresi.