Agnello, colomba, uovo… quanta teologia nel menu di Pasqua!

Dell’agnello, dir non è mestieri: anche i non addetti ai lavori sanno che questo mite animale, simbolo pasquale per eccellenza, è in presa diretta con l’Antico così come con il Nuovo Testamento; anzi, ne è proprio l’anello di congiunzione, in quanto rappresenta il passaggio dai sacrifici offerti dagli uomini a Dio al Sacrificio che il Figlio di Dio ha fatto di Se stesso in favore degli uomini. Ma la simbologia pasquale si estende a molte altre portate del menu… La colomba, per esempio. E’ una lontana discendente della celebre colomba che – dopo la catastrofe del diluvio – annunciò a Noè che si era fatta pace fra cielo e terra. Una pace climatica, preludio della piena riconciliazione che il Redentore avrebbe conquistato dalla Croce. Anche l’esercito di coniglietti di cioccolato che calano sulle nostre tavole ha una sua simbologia. Se ne occupa addirittura Sant’Ambrogio: per la verità il grande vescovo di Milano si riferisce alla lepre, che poi le industrie dolciarie, di pari passo con la tradizione popolare, hanno trasformato nel più familiare e abbordabile coniglio. Secondo il Santo, la lepre, con il mutare del mantello secondo le stagioni, sarebbe nientemeno che il simbolo di Cristo risorto, che opera in Sé la prodigiosa «mutazione» dalla morte alla vita. Più immediata ci appare l’interpretazione del coniglio come simbolo di fecondità, sulla quale si innesta la lettura cristiana della fecondità inaudita del mistero pasquale, che rigenera nella figliolanza divina l’intera umanità. Ancora più complessa e affascinante è la simbologia dell’uovo. La sua forma di rarefatta perfezione e la sua capacità di custodire e schiudere la vita hanno acceso l’immaginazione di tutti i popoli: per i persiani era un dono augurale primaverile, per i romani era un baluardo contro il male, posto a difesa dei campi e delle fondamenta delle case; per i popoli del nord un uovo era addirittura all’origine del mondo. Un simbolo tanto ricco non poteva sfuggire ai cristiani, che videro in esso la tomba in cui era nascosta la Vita stessa. Con questa nuova lettura – anche se non sempre percepita – essi continuarono l’usanza pagana di scambiarsi uova come dono primaverile, arricchito però dal significato pasquale. Chi non ha mai visto i pisanki, le bellissime uova decorate, quasi icona del mondo slavo? Ma ci sono anche la caccia alle uova del mondo anglosassone, le uova di materiale prezioso dell’antica nobiltà europea, le uova che a Pasqua i popoli germanici donavano ai bambini già nel ‘400… fino all’ultimo arrivato, che si è diffuso solo nel secolo XIX ma che è diventato l’uovo pasquale per eccellenza: quello di cioccolato.

Un dubbio: non è che in tutto questo ci sia una mescolanza indebita fra consuetudini pagane e verità cristiane? Più che di mescolanza vorremmo parlare di assunzione. Nel paganesimo non ci sono soltanto riti crudeli o licenziosi. C’è anche tutto un mondo di credenze e di gesti che, sia pur nell’evidenza dell’errore, contengono lo sforzo di contattare il divino. E che magari, tra una superstizione e un mito, riescono a intuire qualche scheggia di verità. Il Signore non può avere disprezzato quanto di sincero e buono c’era in questa ricerca; come è venuto a dare compimento alle promesse e alle attese dell’Antico Testamento, Gesù, nella cattolicità – cioè universalità – del suo sguardo, ha dato compimento anche alle attese degli uomini, di tutti gli uomini. Si direbbe che, mostrando il suo volto di risorto, abbia svelato Chi si nascondeva dietro i simboli della primavera e della fecondità, della rinascita e della perfezione. Gesù si si è innestato nella tradizione pasquale del suo popolo, ma anche nel ritmo delle stagioni; ha dato un senso pieno alle parole dei profeti, ma anche a quei miti di risurrezione e rinascita che – quasi in un misterioso presagio – si erano sempre più diffusi negli ultimi secoli dell’era precristiana. Perché Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto, è il Signore e il centro di tutto l’universo.