Affrettiamoci ad amare: lo struggente invito del sacerdote-poeta.

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto.

Scriveva l’Anonimo del Sublime (un famoso trattato di poetica dell’Antica Grecia) che per meritarsi il titolo di capolavoro, un’opera non deve suscitare ammirazione per il tempo in cui la si legge, ma deve continuare ad ispirare il cuore ogni volta che viene richiamata alla mente, come un tesoro insondato. 

Il verso del sacerdote-poeta Jan Twardowski (1915–2006) citato in apertura (nell’originale polacco Śpieszmy się kochać ludzi tak szybko odchodzą) supera l’esame a pieni voti. Molto popolare in Polonia – un po’ come la nostra cavallina, cavallina storna o come il castello di Verona su cui batte il sole a mezzogiorno – questo verso è il primo di una commovente poesia che il sacerdote dedicò a una signora rimasta vedova da poco. Le nostre consorelle polacche ce lo hanno citato e, colpite dalla sua bellezza, lo abbiamo voluto mettere in evidenza in questi primi giorni di novembre: la pascoliana estate, fredda, dei morti, tanto per stare nel mondo delle rime.

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto: la totale mancanza di punteggiatura all’interno del verso – roba da matita blu se non fosse una licenza poetica – fa sì che le persone risultino, con voluta ambivalenza, tanto l’oggetto di amare, quanto il soggetto di andarsene. Con un effetto tutto particolare: quello della rapidità sfuggente di questo andarsene, che sembra addirittura incalzare le persone e sorprenderci prima ancora che abbiamo realizzato il significato delle parole precedenti. Esattamente come, tante volte, avviene nella vita, dove le persone amate se ne vanno prima del tempo: prima che le abbiamo conosciute veramente, prima che abbiamo goduto delle loro mille potenzialità, prima che le abbiamo amate come avrebbero meritato. E con questo, il mirabile verso di Twardowski entra di prepotenza nel nostro quotidiano, con una sorprendente capacità di alzargli il livello. Un esperimento? Ci viene chiesta una gentilezza che ci impegna, o una riconciliazione che ci costa. Pigrizia o orgoglio sono in agguato e già stanno mettendo a punto un’altra soluzione più comoda. Ma ripetiamo mentalmente il verso tanto bello di Twardoswki: Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto e con inattesa facilità riusciremo a superarci e ad affrettarci a cogliere quest’occasione per manifestare il nostro amore. Perché se anche la persona con cui abbiamo a che fare non se ne andrà così presto, in ogni caso se ne andrà subito, e per sempre, il momento presente con il soldo di bontà che avremmo potuto spendere.

D’altronde il tema del momento che fugge con il suo peculiare talento e l’imperativo di santificarlo prima che se ne vada è uno dei più cari alla tradizione cristiana. Per restare nell’ambito del Carmelo, ci viene alla mente Il mio canto d’oggi, in cui Santa Teresina ricorda che La mia vita è un istante, un’ora che passa, un momento che mi sfugge e se ne va. Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra, non ho altro che l’oggi. E concludeva: Un giorno senza tramonto splenderà sulla mia anima. Allora canterò sulla cetra degli Angeli. Canterò l’oggi eterno. Una percezione analoga a quella che ebbe, tre secoli prima, l’altra Teresa, quella di Avila. Esprimendo al Signore il suo desiderio di morire in fretta per poterlo godere in Paradiso, si sentì rispondere che solo su questa terra c’era il «vantaggio» di poter acquistare meriti: ancora una volta la sottolineatura di quanto sia prezioso il momento che passa. E così, quasi senza percepirlo, l’oggetto dell’amare è scivolato dal nostro prossimo a Dio. Anche per l’amore che dobbiamo a Dio vale il verso del poeta polacco: con la differenza che stavolta, ad andarsene così presto, non è certo l’Eterno Padre, ma siamo noi. Perché se anche la vita ci riservasse ancora molti decenni, sarebbero sempre e comunque un soffio tra due eternità, un insieme di brevi attimi da cogliere, vivere e riempire di santità. Affrettiamoci ad amare.