Accadde oggi: quel «lungo viaggio» da Cremona a Parma

Tre giorni per coprire il tragitto Cremona-Parma: in teoria, una media oraria inferiore al chilometro. Chi sono questi viaggiatori così prudenti? È la piccola carovana che il giorno 10 marzo del 1635 arriva nella nostra città per dare vita a un monastero di Carmelitane Scalze. Questi viaggi di fondazione, che dopo la morte di Santa Teresa d’Avila si andavano moltiplicando in tutta Europa, avevano una impronta comune, tanto che nell’immaginario collettivo carmelitano una delle icone più immediate e care è proprio quella del rustico carro trainato da cavalli che trasporta le madri fondatrici. Su questo carro (simile a quello dei pionieri del Far West, tanto per intenderci) le monache organizzavano una sorta di monastero itinerante: tempi di preghiera e tempi di silenzio, ufficio divino e fraterne conversazioni; il tutto, scandito dal suono di una campanella e difeso dalla fragile ma efficace «clausura» dei teloni che coprivano il carro. Completava la carovana, oltre al conducente, qualche premuroso sacerdote o benefattore che scortava a cavallo il piccolo drappello. Il viaggio che condusse a Parma le fondatrici del Carmelo non deve essere stato dissimile; quanto alla durata, le nostre cronache accennano ai tre giorni come a cosa normale. Altri tempi.

Ma come nacque l’idea di un monastero teresiano in Parma? Nel 1629 alcune madri fondatrici in viaggio da Genova a Vienna, fecero sosta presso la corte dei Farnese: il loro stile «teresianamente» festoso e il loro fervore contagioso impressionarono tanto le donne di casa Farnese quanto alcune giovani della città, che senza indugio iniziarono a sollecitare la fondazione di un monastero di Scalze. Pochi anni e, grazie al fattivo interessamento della Corte, il desiderio fu realizzato. Il Padre Generale dell’Ordine inviò in Parma Madre Antonia e Madre Girolama, due monache del Carmelo di Cremona (oggi ormai estinto), di grande saggezza e virtù. La sera del 10 marzo 1635, insieme con le giovani aspiranti, presero possesso della casa messa a loro disposizione da una pia vedova, che a sua volta avrebbe preso il velo. E il giorno dopo, con la celebrazione della Messa e la collocazione del Santissimo, iniziava canonicamente la vita del Carmelo di Parma. A suggellare l’evento, la stessa fedele campanella che aveva accompagnato le madri nel loro viaggio.

La nostra comunità è nata così, in questo intreccio di circostanze provvidenziali e di volontà determinate, di semplicità e di solennità, di nascondimento e di pubblica stima. Non sempre la sua vita è stata facile, fra pestilenze e momenti di seria indigenza, fino alle ripetute soppressioni del secolo XIX. La prima fu quella di Napoleone; le nostre monache riuscirono ugualmente a non disperdersi e a recuperare l’antico monastero. A questo proposito è doverosa una parola di gratitudine per Maria Luigia, che si si adoperò molto in nostro favore, rifacendo quel che l’illustre marito aveva disfatto. Ancora pochi decenni, e venne (1866) la soppressione da parte del neonato governo italiano. Questa volta i controlli furono meno rigorosi, e le religiose non solo riuscirono a non disperdersi (pur dovendo trasferirsi in un edificio fatiscente) ma poterono addirittura crescere di numero, definendo inservienti quelle che in pectore erano postulanti. La forma era salva, e ai buoni funzionari del governo questo bastò…

Epidemie, povertà, rivolgimenti, guerre: la nostra comunità ha camminato in mezzo alla storia, condividendone fatiche e sofferenze. Ma camminare in mezzo alla storia significa anche passare in mezzo agli eventi senza esserne snaturata: e questo perché lo sguardo di una comunità monastica è fisso nell’eterno, ed è l’eterno che l’attira e la plasma.

A ricordarci questo dovere di essere fedeli alla nostra identità più profonda è proprio la campanella: sì, ancora quella che accompagnò le fondatrici e che è tuttora in servizio dopo quasi quattro secoli. Sempre puntuale, sempre squillante. Come speriamo di essere anche noi.