A cominciare dal Buon Ladrone, quando la salvezza arriva in zona Cesarini.

Spiegare a un calciofilo che cos’è la zona Cesarini suonerebbe persino irriguardoso, tanto l’espressione è nota e arcinota. Ma per i non addetti ai lavori qualche riga va spesa. Renato Cesarini fu un attaccante che negli anni ’30 militò nella Juve, con alcune puntate in Nazionale. Sarà per combinazione, sarà perché con l’approssimarsi del fischio finale gli cresceva la grinta agonistica, fatto sta che il Nostro segnò parecchi dei suoi gol negli ultimissimi minuti di gioco. I cronisti cominciarono allora a parlare di zona Cesarini e l’espressione entrò trionfalmente nel linguaggio calcistico, per poi estendersi al linguaggio comune, come l’equivalente scanzonato del più solenne e paludato in extremis.

Ebbene, esiste una zona Cesarini anche nella variegata storia delle anime. Anime che hanno acciuffato la salvezza proprio negli ultimi istanti di una vita che, almeno apparentemente, era parsa lontanissima da Dio. Il capostipite della serie è il Buon Ladrone, che poco prima di spirare inanellò un crescendo di mosse magistrali: ammise la propria responsabilità senza chiamare in causa le colpe della società, richiamò all’ordine l’altro compagno di supplizio, riconobbe l’innocenza di Gesù e subito dopo la sua signoria regale, e infine gli chiese con discrezione di ricordarsi di lui. Meritando la pubblica e anticipata canonizzazione – Oggi stesso sarai con me nel mio regno – da parte del Figlio di Dio. Nientemeno.

Altra conversione seguita da una morte immediata (anche se, per così dire, anticipata e quasi «cercata» dal comportamento stesso del protagonista) fu quella dell’attore romano Genesio, che era intento a interpretare una parodia del battesimo, quando si sentì improvvisamente toccato dalla grazia e, di punto in bianco, da cristiano per finzione scenica divenne cristiano per convinzione, e lo dichiarò. Conseguenza: anche il processo e il martirio da simulati divennero reali… Una storia che assomiglia a quella di un attore sovietico del secolo scorso che, impegnato in un monologo ironico sulla religione, iniziò a modificare tono, atteggiamento e contenuto fino a dichiararsi apertamente cristiano. In questo caso però, niente zona Cesarini, ma piuttosto un lunghissimo e tragico tempo supplementare nel gelido inferno del gulag.

D’altronde il tetro profilo del patibolo è sfondo classico per le conversioni improvvise. Chi non ha letto la vicenda di Niccolò di Tuldo? Imprecava, furioso e inavvicinabile, nell’attesa di una ingiusta condanna a morte: fino a quando la giovane Caterina da Siena, alle soglie dell’esecuzione, riuscì a parlargli e a trasformare miracolosamente le sue urla di rabbia in una fervente preghiera a quel Gesù che si avviava a contemplare faccia a faccia. Cinque secoli più tardi un episodio analogo: il condannato a morte Henri Pranzini era davanti alla ghigliottina quando improvvisamente afferrò il Crocifisso e lo baciò con passione. Ma alle sue spalle c’erano le preghiere altrettanto appassionate di un’adolescente normanna che ne aveva «adottato» l’anima: Teresa di Lisieux.

E l’uomo del ponte? L’episodio è uno dei più celebri della vita del Curato d’Ars: una donna affranta chiese al Santo una rassicurazione sulla salvezza eterna del marito, gettatosi da un ponte. Tra il ponte e il fiume c’è la misericordia di Dio, rispose il curato, lasciandole intendere che tra il gesto irrevocabile e il tragico impatto con l’acqua vi furono i secondi sufficienti per un atto di pentimento e una richiesta di perdono. Interessante notare che il Santo attribuiva l’inestimabile grazia della salvezza in extremis alle tre Ave Maria quotidiane che l’uomo, bene o male, aveva sempre recitato. Il che ci suggerisce due cose: primo, che la salvezza dell’ultimo minuto non è un terno al lotto da azzeccare, ma una grazia che vuole trovare un segno sia pur minimo di collaborazione; secondo, che il Signore non spegne il lucignolo fumigante, ma fa di tutto per proteggerlo, nella speranza di vederlo un giorno risplendere come il sole nel suo Regno.